Come farfalle

28 dicembre 2012, ore 2.00

CLIZIA

Le mani aggrappate al cuscino, il volto sprofondato nei cuori infranti, l’anima intrappolata nella rete dei suoi desideri. C’era un sogno che Clizia non aveva ancora realizzato, ma le parole le sussurrava a sé stessa, solo a sé stessa. Il mondo viveva ad occhi chiusi, quella notte. Tranne lei, tranne lei che preferiva rinchiudersi nelle lacrime per rendere il suo sguardo trasparente. Il mondo viveva, tranne lei. Tranne lei che non aveva un amore, e forse non l’aveva mai avuto. Questo pensiero le aveva attraversato la mente, e poi il cuore, per poi impossessarsi del suo umore così fragile, così infrangibile. Le mani aggrappate al cuscino, e il buio che la rendeva così debole. Lei ancora non lo sapeva, ma sarebbe stato quello il momento più importante della sua vita.

MAGGIE

Lo schermo del cellulare si era fatto buio improvvisamente, e le parole che solitamente comparivano a quell’ora da parte della stessa persona erano svanite nel nulla. E Maggie lo sapeva, l’aveva sempre saputo che prima o poi sarebbe accaduto. Lo sapeva che ogni persona avrebbe avuto la capacità di fuggire via da lei… ancora. Così quella notte, quando lo schermo del suo cellulare si era fatto improvvisamente buio, lei aveva nascosto il volto sotto il cuscino e aveva preferito un altro tipo di buio, quello dei sogni che conducevano verso altre strade. Maggie, una strada, l’aveva sempre voluta, come aveva voluto una mano da stringere, un sorriso da accarezzare, tutto. Ma… quella notte, il tempo scorreva troppo velocemente e ogni sensazione si sbiadiva tra i colori dell’anima. E si sarebbe sbiadita sempre, per lei.

KATY

Katy aveva sempre odiato la notte; la costringeva a restare sola con sé stessa. Quanti sogni in continua lotta con i pensieri! Quanti sogni voluti, e poi abbandonati! Katy aveva sempre odiato la notte, tranne quella. Quella fu l’unica notte in cui avrebbe voluto restare nel buio per sempre. Quella fu l’unica notte in cui decise di non chiudere gli occhi; avrebbe voluto assaporare quel  buio che la attorniava. Avrebbe voluto restare sola, avrebbe voluto conoscersi un po’ di più, e capirsi, e scrutarsi. Per l’ultima volta. Per l’ultima volta prima di quel passo che l’avrebbe resa una donna. “Sto facendo la cosa giusta?”, si chiedeva sempre, quella notte, mentre l’assenza di luce la costringeva ad essere sé stessa.

JOSEPHINE

Era una notte difficile, per Josephine, quella. E dolorosa anche. Tutto ciò che voleva era chiudere gli occhi e sognare. Sognare un mondo in cui il suo papà, volato via quando era solo una bambina e di cui non ricordava nemmeno il volto, esisteva ancora, un mondo in cui avrebbe potuto abbracciarlo…ancora. E allungare la mano verso quell’eternità che l’aveva reso angelo. Ma.. quella notte, gli occhi erano più aperti che mai e Josephine… quanto voleva fuggire da quel buio che fissava le sue paure. E la nostalgia, e il desiderio di non essere sola. Così si aggrappò alle lenzuola con tutta la forza che aveva in corpo, si coprì il volto, e restò così fino all’alba: in un mondo che nessuno avrebbe potuto scoprire, ma che solo il suo papà, ovunque fosse, aveva il potere di vedere. E scrutare.

YUKINO

Erano due le persone che non dormivano in quella casa. Yukino e quel piccolo essere nel suo grembo che aveva il sogno di scoprire il mondo. “E’  una femmina”, le aveva rivelato il dottore il giorno prima. Così, quella notte, Yukino si trovava a pensare a come sarebbe stato essere mamma di una donna. Notti insonnie, cuori infranti, ali spezzate, la voglia di ricominciare. L’avrebbe chiamata con il nome di un corallo, per dimostrare al mondo intero che lei avrebbe brillato più di chiunque altro, e che nessuno avrebbe potuto spezzarle quella luce. Intanto.. quel piccolo essere che giaceva in modo così improvviso nel corpo della donna sentiva tutto, avvertiva tutto, ogni pensiero di sua mamma, ogni paura, ogni ricerca di meraviglia. Ancora non sapeva che avrebbe trascorso gran parte delle sue notti a nascondersi il volto sotto il cuscino, non sentendosi amata. Ancora non sapeva che ci sarebbe sempre stato qualcuno in grado di non comprenderla, e che lei non si sarebbe sentita all’altezza. Ma ancora non sapeva che, nonostante tutto, l’avrebbe trovata, la forza. Come tutte, come ognuna.

LORENA

L’alba che avrebbe seguito quel tramonto avrebbe portato un Sole puntato sulla vita di Lorena. Una laurea, il risultato di così infiniti sacrifici, di anni trascorsi con sguardi rivolti sui libri. Ma.. quella notte, per Lorena, era impossibile addormentarsi. Il peso di un futuro incerto che opprimeva i pensieri; ogni cosa le appariva come appartenente a un enorme puzzle che non riusciva a trovare la sua reale composizione. Si immaginava dieci anni dopo, e un enorme senso di ansia le saliva lungo la schiena, fino a trasformarsi in brivido. Era proprio quel brivido a renderla insicura, a non farle chiudere gli occhi. “Cosa accadrà?”, si ripeteva. Nemmeno il buio seppe darle una risposta, e quella notte Lorena restò in equilibrio tra chi voleva essere e chi era costretta a diventare.


C’è un momento della giornata in cui infinite farfalle, che hanno volato tutto il giorno senza fermarsi mai, illuminate dal Sole, ritornano ad essere bruco. Si schiudono pian piano, quasi dolcemente, e si rintanano in quello che definiscono “il loro mondo”. Un mondo costruito, appunto, solo da loro. E nessuno… nessun altro può avere la capacità di comprenderlo, o di entrarci, o di farne completamente parte. 

Sono farfalle particolari, loro. Sono le stesse farfalle che scrutiamo ogni giorno dalla finestra della nostra stanza, sono quelle che sorridono quando perdono il treno che le avrebbe condotte alla realizzazione dei loro sogni, sono quelle che abbracciano gli altri quando hanno voglia di essere abbracciate, sono quelle stesse farfalle che si arrampicano su montagne così alte nonostante le vertigini, e che continuano ad essere loro stesse, nonostante il mondo intero sussurri al loro cuore continuamente: “Devi cambiare!”. Sembrano felici, queste farfalle. Felici e improvvisamente serene. Come se il cielo fosse stato creato per loro, come se quei colori impregnati sul tessuto delle loro pelli portasse qualcosa di vero, sincero, trasparente. Qualcosa per cui hanno lottato per così tanto tempo. Per queste farfalle, il tempo sembra quasi non scorrere; loro volano, con il solo obiettivo di coltivare amore. E il loro amore si sente, si sente ovunque. 

Ma.. c’è un momento della giornata in cui queste farfalle avvertono quasi la necessità di rinchiudersi in un inconscio che nessun altro ha compreso. La notte; solo la notte, le farfalle riescono ad essere fragili. Perché di giorno, loro sono gli esseri più forti del mondo.. quegli esseri che riescono a scovare soluzioni tra le tende dell’universo, nascondendosi e poi sporgendosi fino quasi a cadere giù. Perché a loro non importa di crollare, così sembra. Così sembra quando le vediamo sorridere e vediamo che i loro occhi si illuminano di eternità. Allora pensiamo che loro stanno bene, che stanno bene davvero, che la vita per loro non ha alcun problema, che la vita è meravigliosa. 

Ed è meravigliosa davvero, in ciò che dimostrano, nei loro gesti, nei sorrisi che cambiano l’universo, nella forza che trasmettono agli altri. Gli altri… gli altri credono che per loro volare sia gioco, e non pensano.. loro credono e basta, senza pensare. 

Ma c’è un momento della giornata, in cui il peso delle ali cade, i sogni si schiudono e c’è posto solo per le lacrime. Sì.. perché quelle farfalle piangono di nascosto, quando nessuno le vede. La notte. L’unico momento in cui possono essere fragili. Sì.. perché per il mondo la fragilità non ha quasi importanza; “Devi essere forte!”, ti dicono. Come se fosse semplice, come se essere farfalla significasse abbandonare tutti i momenti in cui pensi di non farcela, in cui ti senti inutile, in cui ti sale quella profonda ansia di essere persona. Una persona, con sentimenti, emozioni, brividi, attimi difficili. 

C’è un momento della giornata in cui tutte le farfalle del mondo si uniscono, prendendosi per mano ma restando distanti le une dalle altre. 

Ciò che le accomuna è il desiderio di abbandonare quelle ali che, durante il giorno, sembrano quasi essenziali per la sopravvivenza di chi le ama ma che, durante la notte, sono solo ali. E come tali… nel loro peso che quasi opprime l’anima, vanno lasciate accanto al letto. 

Il giorno seguente, quelle farfalle apriranno gli occhi ridendo, e convincendo il mondo intero che vada tutto bene. Che loro ce la faranno, che il coraggio permette di volare.

Il giorno seguente, il 29 dicembre 2012, alle ore 8.00, Clizia dirà ai suoi amici che lei sta bene da sola, che non ha bisogno di qualcuno che la ami; Maggie racconterà che quella persona non le manca affatto e che ha fatto di tutto per cacciarla via; Katy si presenterà all’altare con uno sguardo così raggiante da stupire tutti i presenti, e quel “si” lo pronuncerà con la luce negli occhi; Josephine abbraccerà il marito di sua madre gridando “Buongiorno papà!”; Yukino negherà a suo marito di aver paura, e gli dirà che quel nome l’ha scelto perché la sua vita sarà semplice come semplice è la luce di un corallo; Lorena indosserà il vestito più bello e, convincendo tutti i parenti di essere sicura di sé stessa, si recherà dinnanzi ai professori discutendo la sua tesi. 

E noi.. noi tutti.. non sapremo mai cosa è accaduto davvero dentro di loro, la notte precedente. 

 

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