Tra le rughe del tempo

Le sue mani tremavano, e non riuscivano a star ferme. Non riuscivano. Assieme agli arti, tremava anche il cuore, e il mondo che si era costruito da quando… da quando Dio aveva deciso di renderlo vivo. E anche da quando lui aveva deciso di sopravvivere. Aveva così tanti progetti, così tanti… così tanti modi di esistere. Ma le sue mani tremavano e, assieme ad essi, tremavano i pensieri, gli sguardi, il suo sorriso che era sempre stato vita, il suo modo di prendere le mani per poi lasciarle andare.

La vita di Johnny era diventata una continua, costante, inarrestabile ricerca di sé stesso, di quello che era stato, di quello che il mondo avrebbe voluto da lui.

Le rughe del tempo tracciavano nuovi percorsi sul suo volto, e la pelle si era fatta ruvida, e aveva paura. Gli specchi erano in un luogo segreto e, impregnati di quella polvere che solo l’eternità poteva conoscere, restavano lì in cerca di qualcosa. In cerca di un volto.

Ma Johnny, un volto, sembrava non avercelo più. O forse non l’aveva mai avuto. Forse, era da sempre stato il tempo il suo vero volto, forse… Non c’era più tempo per pensare, per quell’uomo messo alla prova dalle pieghe della vita. Non c’era nemmeno più tempo per amare.

Il suo corpo giaceva lentamente, a volte dolcemente, fino quasi a sprofondare, su una poltrona color nero posta all’angolo della stanza. Era proprio in quel luogo che accadeva l’inaspettato. Era proprio lì che non si riconosceva. Era lì che diventava, a volte, davvero lui per poi disperdersi nuovamente nella folla.

<<Eccolo!>>, gridò improvvisamente, <<Eccolo! Io lo vedo! Mi vuole uccidere… MI VUOLE UCCIDERE!>>

Sua moglie Margherita voleva correre, ma non riusciva. Troppo deboli anche i suoi arti, e a volte troppo fragile il suo cuore. Si accontentò di camminare con l’anima in disparte, si accontentò di ritrovare, ancora una volta, come ogni singolo giorno, quelle lacrime che le bagnavano il volto attraversando le rughe del suo tempo.

Johnny aveva inaspettatamente preso tra le mani un oggetto pesante e sì… proprio in quel momento, lo lanciò forte contro la parete che avevano dipinto assieme quando la nuova casa aveva fatto ingresso nella loro esistenza, circa venti anni prima. Assieme alla parete, si ruppe la loro vita, e la famiglia che andava via via sgretolandosi. Ma le mani di Johnny tremavano, tremavano e nessuno poteva farci niente.

<<TU!! Cosa hai combinato?>>, urlò contro sua moglie, <<L’ho visto! Giuro che l’ho visto!>>

Margherita restò a gambe incrociate con le mani in aria; non sapeva, non credeva. <<Cosa hai visto?>>, gli domandò solamente. Non c’era spazio per la sua parola in quel luogo; in realtà, Margherita, uno spazio non l’aveva mai avuto. E non l’aveva nemmeno quando quell’uomo la accusava di qualcosa che lei non conosceva, e si sentiva piccola. Per la prima volta, si sentiva piccola.

<<Come hai potuto farmi questo? Come hai potuto?>>

Non capiva, la donna. Giurava a sé stessa di non capire, e lo giurava anche a lui. Ma le mani di Johnny tremavano, e con essi tremavano i suoi rimpianti e i suoi timori. Tremava la consapevolezza di essere ingannato, e di essere diverso. In Margherita, invece, tremavano i ricordi e i momenti di quando quell’uomo la riconosceva davvero.

Quel luogo si fece dunque improvvisamente realtà diversa, quasi una realtà che nessuno ha il potere di vedere davvero. Una realtà celata dietro le tende trasparenti della vita, una realtà che sbircia per guardare il mondo per poi nascondersi nuovamente. Una realtà che chiude occhi solo per riaprirli a qualcun altro. Johnny, i suoi occhi, non li aveva mai serrati e la vedeva… giurava di vederla, quella realtà. E nessuno lo capiva.

Quel luogo si trasformò così in una dimensione che non conosce prospettive; una dimensione per cui lottiamo ogni giorno, quella che speriamo di intravedere nei sogni, quella che speriamo di incontrare quando la vita diverrà solo un ricordo. Quella dimensione, invece, Johnny l’aveva proprio dinnanzi a sé. E Margherita non capiva, nessuno avrebbe potuto.

Il mondo si allontanava sempre di più dal corpo dell’uomo, che invece restava lì diventando vittima del suo stesso inconscio.

Improvvisamente, la stanza si fece verde. Un verde così accecante che l’uomo non riusciva a tener aperti gli occhi; ma lottava… lottava contro sé stesso per continuare a sbirciare cosa c’era al di là di quella tenda trasparente. Un cane slegato fece irruzione dalla finestra, abbaiando sguaiatamente e tramutandosi nell’immagine che lui aveva di sé stesso quando, nel fiore della giovinezza, si sentiva inadatto al mondo. Quel cane non aveva niente da rimproverare ma, inaspettatamente, iniziò a parlare davvero. Un cane che parlava… che urlava, anzi. Un cane che urlava nella stanza del soggiorno le cui pareti si erano fatte verdi. E mentre urlava, urlava anche Johnny, implorandogli di tacere. Iniziò ad urlare così forte che quasi la voce iniziava a svanire. Le urla dell’uomo furono interrotte quando quel cane si accorse di una piccola bara accanto il divano; piccola… una bara davvero piccola, della misura di un fanciullo. Il cane si distese sopra, e restò lì per un tempo interminabile. In realtà, a distendersi su quella bara era l’anima di Johnny che, da bambino, aveva una profonda, quasi eterna, paura di morire. Accadde soprattutto quando il suo papà gli parlò per la prima volta di un loro lontano parente che era andato via per sempre; da quell’attimo, il bambino aveva iniziato a domandarsi cosa sarebbe stata in realtà la morte e perché tutti avrebbero attraversato quel viaggio. Non aveva le risposte; aveva solo timore che sarebbe potuto succedere a lui, prima o poi.

Il cane era davvero lì, ancora, e aveva per un attimo finito di urlare; lo sguardo di Johnny fu però distolto dall’arrivo di un ammasso di persone che filtravano tra le pareti della casa, raggiungendo più stanze contemporaneamente. Uomini, donne, a volte bambini anche. Parlavano tra di loro senza considerare la presenza di Johnny che, in disparte, li guardava per capire meglio. I volti della gente erano simili a quelli che, quotidianamente, entravano nel negozio che era stato costretto a chiudere quando aveva solo cinquant’anni. Aveva trascorso la sua vita lì dentro, e le persone… quante ne vedeva di persone! A volte, credeva persino di sognarle, o di vederle entrare nel bel mezzo della notte. Allora, era solo una sua fantasia, lo sapeva… ma non quel giorno. Quel giorno, quelle persone erano lì davvero, e nessuno lo capiva, nessuno lo credeva possibile. Ma lui le vedeva… lui le vedeva davvero! Erano in quella stanza verde, e chiacchieravano di cose incomprese che nessuno avrebbe mai capito. Nessuno, tranne lui. Tranne lui che improvvisamente gridò: <<BASTA! Andate via da qui! Andate via!>>. Quelle persone lo guardavano stupite e gli sorridevano, anche. Quelle persone gli sorridevano con uno sguardo dolce e diverso. E lui non sapeva cacciarle, non aveva la forza di cacciarle. Soprattutto quando un volto tra quelli si fece improvvisamente nero, e un uomo di colore uscì da quella comitiva per guardarlo negli occhi e ridere di gusto… ridere davvero. Poi scomparve, e lo vide uscire dalla camera da letto in cui sua moglie stava stendendo il bucato.

<<Come hai potuto farmi questo? Come hai potuto?>>, urlava Johnny. Urlava con tutto sé stesso, con tutta l’anima che sembrava essersi dispersa e invece si scoprì essere ancora lì, ben salda, che cercava di dare un nome a ciò che vedeva. Le parole quasi scorrevano all’indietro, per poi proseguire in avanti, fino a diventare vuoto; era un linguaggio sconosciuto a tutti, quello di Johnny, ed era un linguaggio che nessuno avrebbe mai capito. Nemmeno Margherita, che gli era stato accanto dall’inizio. Nemmeno i suoi figli, che erano cresciuti dal suo stesso albero. Nemmeno lui. Era un linguaggio che esisteva e basta, e ciò che vedeva era in una realtà distante ma che lo univa alla sua essenza. E lui aveva necessariamente bisogno di scoprirsi, di svelarsi per quello che era sempre stato, di porre su un piatto la propria identità per guardarla e conoscerla davvero. Aveva bisogno di tutto… ma le mani tremavano, tremavano ancora. E insieme ad essi, tremava la vita che si era costruito da solo. Tremava quella realtà che vedeva soltanto lui; tutto il mondo tremava attorno a lui e … Johnny restava in disparte, in un angolo della stanza ad ammirare la sua vita sgretolarsi.

<<Cosa stai dicendo?>>

<<Tu sei pazzo! TU SEI DAVVERO PAZZO!>>

<<Non esistono quelle persone.. è una tua fantasia!>>

<<Non le vedi davvero, stai mentendo!>>

<<Tu sei pazzo… oh sì, sei diventato pazzo!>>

Le mani di Johnny tremavano, mentre il suo mondo si disperdeva tra le parole della gente e non c’era posto… non c’era posto per uno come lui. <<Sei diventato diverso!>>, gli dicevano in giro. Ma lui… diverso lo era quando non era lui, e nessuno lo capiva. Finì così per camminare solo tra le strade verdi della città mentre la sua sedia a rotelle schiacciava le mani del cane. Ad occhi aperti, riconosceva persone, ma dietro i suoi figli ne vedeva altre che lo guardavano e sorridevano. Sua moglie si sedeva sulla piccola bara accanto al divano assieme all’uomo di colore, suo amante. E mentre il resto del mondo si diceva che andava bene così, che quegli attimi sarebbero passati, che lui sarebbe ritornato la persona che era sempre stata, le mani di Johnny tremavano e il tempo schioccava l’ora del tramonto; un tramonto che conosceva solo lui.. un tramonto con un colore diverso, fatto di gente diversa, fatto di inconsci che vengono allo scoperto quando l’umanità traccia le rughe dell’eternità.

Quella notte Johnny si distese sul suo letto, già riscaldato dall’uomo di colore, e decise di chiudere gli occhi. Le persone del negozio lo abbracciarono e lui si sentì finalmente protetto; il mondo aveva un altro colore. A piedi nudi, camminando, si diresse in un luogo verde. Le mani non tremavano ma erano diventate piccole, così come i piedi e l’intero corpo.  Si distese su una nuvola fatta di ghiaccio e, dolcemente, quasi inaspettatamente ma pur sempre in modo straordinario, iniziò a giocare con un piccolo cane che gli si avvicinò. Aveva lo sguardo dolce, quel cane. Invece di urlare, sorrideva… e Johnny era finalmente sé stesso.


Stefania Meneghella

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