Cara amica che non ci sei più…

Cara amica che non ci sei più,

in realtà non so se tu ci sia mai stata. Per me, intendo. Che tu ci sei stata nel mondo, lo so. C’eri quel giorno in cui ho pianto così tanto da vomitare tutto il mio dolore sul tuo braccio, e c’eri anche quel giorno in cui mi sentivo inutile da aver voglia di mollare tutti i miei sogni. Allora, dall’altro capo del filo c’era la tua voce che mi sussurrava che sarebbe andato tutto bene. E io ci ho creduto davvero, quel giorno. Ti ho creduto. Ti ho sempre creduto.

Ti ho creduto persino quando il mondo intero mi gridava di non farlo.

Non ascoltavo niente e nessuno; ascoltavo solo te che mi abbracciavi solo come tu sapevi fare, ed ascoltavo te che mi dicevi: “il mondo è cattivo, ma noi siamo noi ed è questo quello che conta”. Che noi eravamo noi lo sapevo fin troppo bene, lo sapevo persino quando volevo cacciarti via dalla mia vita ma il cuore mi implorava di non farlo. Mi sono sempre sentita sbagliata con te, sempre. E non te l’ho mai detto.

Tu… con il tuo essere assillante e ossessiva allo stesso tempo.

Tu… che mi vedevi senza guardarmi.

Come quella volta in cui mi hai riso in faccia e mi hai voltato le spalle, dimostrandomi e dimostrando al mondo intero che ti vergognavi di me. Allora io mi sono fatta piccola, ancora più piccola di quanto lo fossi già, e mi sono nascosta in un angolo della stanza ad attendere che tu finissi di indossare quella maschera che non ti è mai stata bene. Ed io te l’ho sempre detto. Te l’avevo sempre detto che saresti stata meglio con il tuo vero volto, ma tu mi guardavi sempre con un’aria diversa, superiore, non tua. Ed io… io non te l’ho mai detto cosa ho provato davvero quel giorno, non ti ho mai detto che sono tornata a casa piangendo sentendomi l’essere più inutile della Terra. Non ti ho mai detto che quella notte mi sono addormentata pensando a com’ero diventata da quando eri nella mia vita.

Accadeva sempre così con te.

Tu mi sputavi addosso tutta la mia colpa, il mio essere inutile, il mio essere arrogante. Ed io mi sentivo colpevole di tutto, inadatta, a volte anche un corpo senza anima.

Poi tornavi con il tuo sorriso finto, che a me sembrava invece vero. Mi abbracciavi e mi dicevi: “Ti perdono, ma non farlo più”.

Ed io ero felice quando tornavi, e promettevo a me stessa che non avrei sbagliato di nuovo, con te.

La nostra era una lotta a chi rideva prima, una lotta che vincevi sempre tu. Io mi trasformavo in un batterio che solo tu avevi il potere di schiacciare e di renderlo polvere. Mi sentivi senza ascoltarmi, e a me sembrava di non essere più io. Quando ero con te, la mia vera essenza si disperdeva nella nebbia lasciando il posto alla tua. Alla tua essenza fatta di altrettanta polvere, che però appariva ossigeno puro. Ed io lo credevo davvero. Io davvero credevo in quell’aria che respiravo quando mi eri accanto. E te l’ho sempre detto.

Come quella volta in cui ti difesi guardando negli occhi tutti i presenti, rendendomi ridicola dinnanzi al mondo intero, che mi osservava e rideva. Tu lo sapevi, e sei restata in un angolo della stanza ad attendere che io finissi di indossare il mio vero volto. Perché io, una maschera non l’ho mai avuta. E tu non l’hai mai capito. O forse lo sapevi, e facevi di tutto per dividermi da chi ero davvero.

Io ci credevo.

Lo facevo quando mi chiamavi nel pieno della notte piangendo per qualcosa che non è stato mai vero. E mi sono sentita stupida, mi hai fatto sentire stupida. Persino quando mi obbligavi a rispettare tutto quello che mi dicevi, e ogni tuo ordine doveva essere dovere per me.

E il mondo mi sembrava troppo grande ed io lì, sotto un tavolo, ad attendere che qualcuno venisse a salvarmi sussurrandomi che ce l’avrei fatta anche io. Una mano serbava il telefono, l’altra tremava. La tua voce dall’altro capo del filo, e a volte dall’altro capo del mondo. La mia voce costretta invece a rifugiarsi nel silenzio, che per te era un luogo così comodo e con cui avresti potuto rendermi polvere. Ancora.

Come quella volta in cui mi hai detto che non ce l’avrei mai fatta e che non sarei stata capace. Non come te, almeno. Io ho creduto a ogni tua singola parola, e mi sono rifugiata ancora una volta sotto al tavolo a sperare di essere diversa, di essere un po’ te.

Ogni notte, prima di addormentarmi, sognavo di diventare chi tu avresti voluto, e sognavo di renderti fiera di me. Poi, chiudevo gli occhi, e i veri sogni facevano irruzione nel mio inconscio. Solo allora, ero davvero me stessa. Solo allora, mi riconoscevo.

Tutto è cambiato una mattina, quando ho iniziato a vivere ad occhi chiusi, quando i miei veri sogni hanno iniziato a comparire proprio dinnanzi ai miei occhi. E’ stato allora che ho capito.

Cara amica che non ci sei più, sono felice che tu non ci sia mai stata. Per me, intendo.

Sono felice che, quel giorno, tu mi abbia chiuso la porta in faccia dimostrandomi ancora una volta che ero io, quella sbagliata. Non ti ho detto nient’altro, perché sapevo che la tua voce avrebbe sussurrato ancora “Ti perdono, ma non farlo mai più”. Sono rimasta nell’angolo della stanza ancora un po’, sotto il tavolo ad attendere che qualcuno venisse a salvarmi. Ma, quando ho visto le tue spalle voltate che andavano via da me, cara amica che non ci sei più, per la prima volta mi sono salvata da sola. Oggi, gli angoli delle stanze li guardo da lontano, solo per ricordarmi di te, che mi hai sempre visto senza guardarmi.

Cara amica che non ci sei più, guardami come sono ora. Sorrido. Per la prima volta, senza di te, sorrido davvero, senza macigni sul cuore. Le mani che mi accompagnano nel percorso della vita non sono tue, ed io sono finalmente io.

Da quando non ci sei, sono finalmente io.  Tu non so chi sei, non l’ho mai saputo chi sei stata. Ma per ora, io sono io e, ti giuro, questo mi basta davvero.


Stefania Meneghella

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