Le persone e le parole non dovrebbero mai avere un legame

Non ci sono parole, a volte, per esprimere ciò che si ha dentro. Non ci sono nemmeno emozioni, nemmeno passioni, niente.

Ho sentito il niente per gran parte della mia vita. Dentro, proprio dentro di me.

Un niente derivato da sensazioni svuotate, sogni perduti, ali spezzate. Derivato da altre parole.

Le parole. Quanto fanno male le parole!

Coltelli che uccidono il sangue che produce il cuore, coltelli che forzatamente entrano nell’inconscio per trasformarsi in veleno.

La musica quasi rompe i timpani, mentre le voci di persone diventano l’unica melodia che ascoltiamo.

Urlano, loro. Urlano per farsi sentire. E noi ci sentiamo talmente piccoli da restare in un angolino e scrivere.

Scrivere di quello che non siamo riusciti a dire, scrivere di quello che vorremmo dire ma non riusciamo a dire.

La vita è nostra, ma è anche un po’ la loro.

Con quegli sguardi trasformati in spade, con quei sorrisi tramutati in uccisioni di anime, di momenti, di attimi.

E noi lì, distesi su un pavimento troppo bollente per il ghiaccio che sentiamo dentro, mentre quelle parole scorrono nella mente come poesie. Ma poesie che non hanno versi né suoni, poesie diverse. Poesie che fanno male, che distruggono i sogni. E queste poesie qui, quelle che non hanno nome e sono recitate a memoria, in queste poesie ci ho sempre creduto.

Sono le peggiori.

Si piantano nella testa e non ti fanno dormire; la Luna cerca di sollevarti al cielo, ma tutto è troppo buio e nemmeno le stelle riescono ad illuminarti il volto.

Le persone e le parole non dovrebbero mai avere un legame; dovrebbero vivere separate le une dalle altre e restare tali. Perché quando le due si incontrano, allora le lacrime scendono come gocce nell’oceano ed è quasi impossibile smettere di scrivere, o smettere di pensare.

 

Sento dentro queste urla, e quasi mi scoppia il cuore.

Si può vivere senza amore?

Fino a qualche tempo fa, credevo di non riuscire a vivere senza le parole. Solo ora mi accorgo che le parole non dovrebbero esistere; sono solo tanti pretesti per uccidere i sogni di chi spera di continuare a sognare, o per uccidere quegli amori, sbocciati all’improvviso e mai tramontati.

La felicità è solo un luogo in cui si rifugiano gli invidiosi, gli amareggiati, coloro che non hanno un nome e anche coloro che ce l’hanno, ma credono di non averlo. Il resto del mondo è fuori, ad attendere che quel luogo si liberi e si possa finalmente entrare.

Ora sono qui, in un angolino che non so come chiamare. Lo guardo dall’esterno, quel luogo che tanto avevo sognato. C’è caos, lì dentro. Le parole sono come cicuta, e come coltelli che uccidono. Ed io mi sento ferita, e nessuno lo capisce.

Ferita dalle parole.

Non lo avrei mai creduto possibile, eppure è successo.

E’ successo proprio quando avevo abbassato un attimo la guardia ed avevo detto a me stessa: “Eccolo qui, quel luogo!”. Ci ero entrata per un momento, spinta da una curiosità inaspettata.

Ed è accaduto in un attimo. In un lampo di secondo, anche io sono stata ferita dalle parole. E dalle persone. E da quello che pensano, e da quello che credono. E, ancora una volta, come sempre, come quando ero bambina, mi sono sentita diversa.

Per un po’ di tempo, l’avevo abbandonata questa sensazione. Avevo creduto possibile il fatto che anche io sarei stata come gli altri. I loro pensieri, le loro manie, i loro stessi sguardi,  e i loro modi di essere.

Come gli altri.

Ma, in quell’attimo, quelle stesse persone hanno iniziato ad urlare per farsi sentire, così forte da farmi uscire da quel luogo che sarebbe diventato la mia casa e farmi rinchiudere in quell’angolino, e scrivere, e sentirmi ancora diversa.

Diversa da tutti, diversa persino da me stessa.

E’ questo che fanno le parole. Ti allontanano da chi sei veramente e ti catapultano in dimensioni che non avresti mai voluto incontrare.

Ci sono parole che privano il cuore, lo rendono impassibile, e lo rendono quasi vuoto. E quasi… lo rendono come gli altri.

Io non ho mai voluto essere come gli altri, ma questo gli altri non lo capiscono. Gli altri non lo sanno.

Gli altri ridono, mentre la mia mano scorre veloce su un foglio bianco, in cerca di comprensione, in cerca di qualcuno che sappia essere esattamente come io mi disegnavo da bambina, quando la vita aveva un sapore in più e quando io sapevo essere diversa.

Ora non lo so più.

Ora non lo so più davvero.

Le parole continuano ad uccidere, ed io continuo a ferirmi e non posso dire nulla.

Eccolo qui, il luogo in cui sono costretta a vivere: sulla pelle i graffi, nel cuore il sangue e, dentro di me, solo tanto dolore.

Eccomi qui, come mi volete.

Con le lacrime che rigano il volto.

Sono come vi aspettavate. Ma non sono me stessa.

Forse ritornerò, da qualche parte nel mondo e in qualche modo.

Ma per ora, eccomi qui, sono come mi volete voi.


Stefania Meneghella

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