Cosa può diventare un mondo che lascia fuori tutto il resto?

Cosa può diventare un mondo che lascia fuori tutto il resto?

Un mondo. Un mondo nuovo. Un mondo in cui è facile essere anziché diventare, e a volte guardare anziché vedere.

Non esistono parole, e nemmeno emozioni, in quel mondo così… diverso. Così importante, anche. E così essenziale.

Non esiste niente che si possa incontrare.

Esiste solo un noi.

Quanto ho amato il nostro noi, e quanto lo amo tuttora!

Lo amo per quello che è in grado di dare, e per quello che non crede di donare. Lo amo per i suoi occhi chiusi che apre solo per parlare al mio cuore. E lo amo per ogni parentesi che apre, e che non sente la forza di chiudere, perché tutto così meravigliosamente bello.

Allora, mi chiedo: cosa può diventare un mondo che lascia fuori tutto il resto?

E tutto il resto è quello che non vogliamo incontrare, le parole che si dicono per fare male, gli sguardi della gente che odia, e l’umanità in frantumi.

Questo mondo qui, invece, è un mondo nostro. Ed è un noi che, come castello di sabbia, si costruisce con il Sole che scotta sulla pelle e i granelli che formano il futuro.

Forse resteremo qui, su questa panchina, a guardarci e a trasformarci ancora in noi, ogni giorno di più. Forse ci prenderemo per mano e affronteremo la sabbia che scotta, e il mondo che diventa sempre più mondo.

Ma tutto il resto? Resta fuori, e noi ci siamo dentro. Con tutte le nostre forze, e con tutte le ali che qualcuno ci ha incollato alla schiena solo per dimostrarci che, insieme, avremmo potuto diventare angeli per l’altro. E lo siamo, lo siamo ogni giorno. Lo siamo quando gli sguardi sono celesti e i sorrisi si trasformano in nubi, e l’anima diventa cielo. Allora voliamo davvero. Voliamo nel nostro mondo, un mondo che nessuno conosce e da cui non avremo mai la forza di fuggire.

In fondo.. cosa può diventare un mondo che lascia fuori tutto il resto?

Me lo chiedevo spesso quando ero bambina. Quando il mondo per me era solo un pretesto per gridare a chi mi stava intorno che sì, anche io avrei potuto vivere come gli altri.

Me lo domandavo anche da adolescente. Quando il mondo per me era solo un tunnel in cui mi avevano gettato senza la mia volontà e, allora, avrei voluto fuggire dagli altri.

Avevo iniziato a chiedermelo anche da adulta, quando il mondo era per me una scatola vuota, in cui avrei potuto urlare e nessuno mi avrebbe sentito.

Oggi, invece, i mondi per me sono due.

E in uno c’è ciò che non riesco a trovare nell’altro.

Forse è per questo che ho sentito l’esigenza di costruirmi un mondo assieme a lui. E costruire un mondo fondato sul noi è costruire qualcosa che annulla tutto il resto: il chiasso, i rumori delle macchine che non fanno dormire, le grida della gente delusa, i pianti di chi non vuole ammettere la propria esistenza.

Noi siamo lì, in una dimensione opposta, a raccontarci di noi e a ridere di ciò che siamo stati e di ciò che saremo.

Cosa può diventare un mondo che lascia fuori tutto il resto?

E’ un angolo di salvezza, un’àncora che diventa un ancora. Ed essere ancora in quel mondo rappresenta miracolo, miraggi di luce, essere ovunque ma sapere dove condurre il proprio cuore, e diventare missionari d’amore, di pace nell’anima e di piume che, dolcemente, si staccano dalle ali di un corpo per raggiungere le ali di un altro corpo, tanto da trasformarli in un noi.

E tutto il resto? Tutto il resto resta fuori senza sapere con quale intensità i nostri sguardi abbiano deciso di esserci, o quante parole siano servite per essere in due.

E questa è la migliore magia che si possa sperare di raggiungere nell’esatto istante in cui il mondo diventa un noi.


Stefania Meneghella

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