Il mondo in una stanza: la storia di Genie

Una stanza può diventare mondo, a volte; può essere oceano, universo, Sole che spunta all’alba, Luna che illumina sogni. Una stanza può trasformarsi in miracolo, incanto, magia, la vita racchiusa in un attimo, l’eternità rinchiusa in istanti. Il cuore può avere mura, così tante da non poter urlare, o uscire, da non poter gridare tutto ciò che abbiamo sempre sognato di esprimere.

Non ha sentimenti, forse, la vita, a volte; o le persone, o il tempo, o l’anima.

Una stanza può diventare mondo, ma essere anche angolo. Le mani premono così velocemente per tuffarsi nell’infinito, per gridare o per avere ciò che ci aspettiamo. Ma non è così… a volte, non riusciamo.

A volte, si è così tanto catapultati in una stanza che non sappiamo… non sappiamo amare, credere, non sappiamo nemmeno parlare. E fa paura… fa paura la vita, a volte. Fa paura e nessuno sa nulla; fa paura a quelle persone che restano rinchiuse nel proprio angolo di cuore senza riuscire ad esprimere parole. Forse l’anima assume davvero la forma di una stanza, e il mondo diventa davvero troppo grande per accogliere le loro parole. Forse… forse la vita non è tutta qui, forse nasciamo in una stanza e rinasciamo nel mondo. Forse è l’universo il nostro vero mondo.

E la nostra esistenza è solo un viaggio verso qualcosa di più grande… verso qualcuno che ci accolga prendendoci per mano..

La vita…

La vita è così piccola, a volte.. che ci sembra di non poter, di non saper apprendere nulla, e di non capire, e di non volere, e di non riuscire… La vita è contenuta in una stanza. Viviamo lì, in quell’angolo del cuore… mentre il mondo scorre, mentre il mondo ruota, e si trasforma in universo. Ma noi… l’universo non l’abbiamo mai conosciuto; ci sembra troppo grande per abitarci, troppo colmo di parole, troppo colmo di pensieri.

A volte, invece, noi vorremmo abbandonare tutto il caos che ruota attorno e vivere solo in una stanza fatta di silenzio. Non esistono parole, in quella stanza. Non esistono nemmeno sensazioni, o sentimenti. Nulla.

Viviamo in una stanza vuota.

Potremmo mai trasformare il mondo in una stanza?

La scopriremmo davvero la vita?

Ne abbiamo bisogno, a volte; vorremmo abbandonare ogni cosa e rifugiarci in quel posto: soli, in silenzio, completamente vuoti.

Solo in una stanza, si può essere sé stessi. Molti credono sia vero. Molti credono sia l’unica soluzione per fuggire.

Ma cosa accadrebbe se noi, in quella stanza, nascessimo e restassimo per tutta la nostra esistenza? Cosa accadrebbe se, davvero, il mondo non esistesse e, aperti gli occhi per la prima volta, vedessimo solo mura bianche come l’anima? Cosa accadrebbe se non potessimo vedere i colori, o il Sole che spunta all’alba, o la Luna che illumina i sogni?

Saremmo ancora noi stessi?

E’ quanto accaduto a Susan Curtiss, denominata poi con lo pseudonimo scientifico Genie.

La storia di Genie è ancora oggi una delle storie più interpretate e studiate dalla psicologia internazionale; una storia che è restata nella memoria per la cattiveria di cui è stata vittima una fanciulla impregnata di innocenza e ingenuità.

Genie era figlia di due genitori fisicamente e psichicamente disturbati: sua mamma Irene era una donna con seri problemi di cecità causati durante l’infanzia da un grave incidente domestico; suo padre Clark, di venti anni più grande, era un uomo eccessivamente possessivo e violento che, prima del matrimonio, aveva espresso il desiderio di non avere figli.

E invece… cinque anni dopo, Irene resta incinta. La bambina che nasce muore dopo qualche mese a causa di una polmonite dovuta, con molta probabilità, al fatto che Clark tenesse la bambina rinchiusa nel garage in quanto non voleva sentirne il pianto.

Un uomo che non conosce l’importanza di una stanza.

Dopo qualche tempo, nasce un secondo figlio che muore dopo pochi giorni, anche in questo causo a causa della poca cura dei genitori.

Quest’ultimo viene seguito da un terzo figlio che, invece, viene accudito dalla nonna paterna, temendo l’instabilità mentale di Clark.

L’inizio dell’inferno.

Genie nasce nel 1957, ma la nonna paterna è troppo anziana per potersi occupare di un’altra bambina, destinata così a restare con i suoi genitori.

Nessuno sapeva nulla.

Nessuno ha mai saputo nulla.

Nessuno sapeva che, mentre il mondo ruotava come venti infiniti, mentre la vita aveva l’odore dei fiori, mentre le stagioni scorrevano come fiumi e il buio dava spazio alla luce, mentre l’universo diveniva eterno, una fanciulla era in una stanza e piangeva.

Piangeva, la piccola. Piangeva, anche se il pianto non lo conosceva. Così come le parole, o i pensieri, o i sogni.

La vita andava avanti, e lei era lì: sola, immobile, completamente vuota.

In una stanza che non aveva mai assunto l’aspetto del mondo.

Ha pianto, la piccola.

Ogni giorno.

Ogni minuto.

Ogni attimo.

In ogni angolo della sua esistenza.

Per tredici lunghissimi anni,

Genie è stata rinchiusa in una stanza da suo padre che non è mai stato uomo, perché all’età di 14 mesi le viene diagnosticato un lieve ritardo mentale. Clark decide così di legarla su una sedia costringendola di notte a dormire in un lettino

chiuso da una gabbia di filo di ferro. L’uomo proibì, inoltre, a sua moglie e al figlio (ritornato a vivere con loro in seguito alla morte della nonna) di parlarle.

Per tredici lunghissimi anni.

Non ha conosciuto la luce del Sole…

Il buio del cielo di notte, e le stelle che portano speranza…

Non ha conosciuto l’amore, o l’amicizia, o i legami che salvano le anime…

Non ha conosciuto l’esistenza degli abbracci, e gli alberi in primavera…

Non ha conosciuto il mondo…

Il suo mondo era in quella stanza.

Lo è stato fin quando sua madre, completamente cieca e ignara di tutto, non ha scoperto ciò che suo marito le aveva nascosto.

Genie ha scoperto il mondo all’età di tredici anni, ma non ha mai saputo come guardarlo.

Nel novembre del 1970, Irene si reca presso l’Ufficio locale di assistenza pubblica di Los Angeles in cerca del servizio per ciechi ma per sbaglio entra negli uffici dei servizi sociali. L’assistente sociale presente viene immediatamente colpita dalla bambina che la donna tiene per mano: schiena incurvata e un passo trascinato; le appare disturbata dal punto di vista emotivo, incapace da un punto di vista sociale, ritardata fisicamente e malnutrita. Considerata la gravità della situazione, un gruppo di professionisti decide di occuparti della sua educazione, partendo dall’insegnamento su come esprimersi attraverso la comunicazione verbale e non verbale.

Nonostante le varie difficoltà, pari a quelle di una bambina di due anni, a livello cognitivo Genie raggiunge in solo un anno e mezzo il livello di una bambina di 7-8 anni.

Si rileva perciò, da quanto emerge, che gli eventi traumatici che avvengono durante l’infanzia possono avere delle gravi ripercussioni sulla crescita degli individui. Ogni bambino necessita l’interazione con i membri della società a cui appartiene così da poter avere una piena conoscenza della realtà che lo circonda.

E la famiglia è il primo contesto per la crescita fisica e psicologica dei bambini.

Perché una stanza può essere oceano, universo, Sole che spunta all’alba, Luna che illumina sogni. Una stanza può trasformarsi in miracolo, incanto, magia, la vita racchiusa in un attimo, l’eternità rinchiusa in istanti. Il cuore può avere mura, così tante da non poter urlare, o uscire, da non poter gridare tutto ciò che abbiamo sempre sognato di esprimere.

Non ha sentimenti, forse, la vita, a volte; o le persone, o il tempo, o l’anima.

La vita…

La stanza è vita, a volte…

Che tutti i genitori trasformino la stanza dei propri figli in mondi da scoprire, non considerando mai che possa accadere il contrario…


Articolo realizzato da Stefania Meneghella

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