“La linea gialla” – l’esperienza di Servizio Civile diventa un libro

E’ difficile pensare a quello che ho sentito tra quelle quattro mura, in quell’istante, ma è più difficile immaginare a ciò che non ho avvertito.  Ci sono momenti che si vorrebbero rimuovere, e altri che invece dovrebbero restare impressi, attaccati a una parete che non ha confini e che spesso perde i suoi spigoli più preziosi per paura di fallire.  Io, di fallimenti, in questo anno, ne ho visti parecchi.  Come di pianti, di lotte, di ingiustizie che continuano a rinnovarsi, giorno dopo giorno. Credevo di non essere importante, quando ho iniziato il mio percorso di servizio civile nella comunità educativa “16 agosto” di Bari.  E poi credevo di essere fragile, come una foglia che cade da un albero troppo spesso e fragile come il vento che sfiora la pelle per un po’ e poi vola via.  Credevo che le mie mani non avrebbero mai stretto la mano di qualcun altro, o che per lo meno ci avrebbero provato ma senza riuscirci.  E poi… mi sentivo impotente, indifferente, spesso estranea.
Ho attraversato io stessa la linea gialla, che mi ha permesso di varcare una porta che non aveva colori, in quel momento. Ma ho conosciuto persone che andavano al di là del semplice vivere. Che sopravvivevano, anzi. E, a volte, semplicemente esistevano.  Sono diventata spugna e, attimo dopo attimo, ho assorbito le loro paure, i timori delle loro vite deboli, confidenze dette di nascosto per non farsi sentire, sguardi indiscreti, anime in conflitto, guerre, lotte, la ricerca della pace.  Perché la pace c’era, in quella casa, ed era ovunque. Era nei loro sguardi sempre e costantemente alla ricerca di qualcosa. “Ma cosa?”, gli domandavo spesso. Loro non mi hanno mai saputo rispondere, se lo chiedevano internamente e poi niente… buio.. silenzio… mi voltavano le spalle e andavano via.
Ci ho messo tanto, tanti mesi, e tanti attimi, per comprenderli, per capire che la loro era difesa e che quella difesa andava protetta più di qualunque altra cosa.  Varcavo quella linea gialla, ogni giorno. Ed ogni giorno uscivo con una consapevolezza in più: che in quelle vite, spesso in conflitto tra loro, spesso nate sulla sabbia, c’era molto di più di quello che riuscivo a vedere. Una luce… una luce speciale, ed una luce che nemmeno loro avevano la capacità di scorgere.  E’ stato in particolare uno l’episodio che mi ha permesso di arrivare a questa conclusione.  Pomeriggio, pioggia sulle strade.  Nuovo ingresso.  Ragazzo alto, sguardo trasparente.  Ricordo ancora oggi perfettamente i suoi occhi e la sua paura di restare.  E poi… quella linea gialla che pian piano riuscivo ad immaginare.  Lui che diceva di voler scappare, ma di scappare non ne aveva voglia. “Ma dove vuoi andare?”, gli dicevamo. Ma lui, “dentro”, voleva tornare. In carcere.  “E cosa sta in carcere?”.  E lui rispondeva che lì stava bene, che nessuno poteva comandarlo perché, <<Io, comandato, non voglio essere>>.  Era lì, ad un passo da quella linea gialla che solo io, in quell’istante, avevo costruito nella mia mente.  Linea gialla, perché?  La linea di ogni stazione che non si deve attraversare, altrimenti si muore.  Forse per lui sarebbe significato davvero morire ed io, morto, non lo volevo vedere.  Ma lui forse sì. Forse voleva morire per poi rinascere.  Lui voleva attraversarla, quella linea, e noi non avremmo potuto fare altrimenti.  In quel momento, l’unico gesto possibile era lasciarlo andare.  Per la sua vita, o per la sua morte. Non l’avremmo mai saputo.  Ma promisi a me stessa che l’avrei salvato, quel ragazzo in cerca di risposte.  Ma l’avrei salvato a modo mio. Con le parole. Trasformandolo in pagine.  Trasformandolo in Adham. “Figlio del male”.  Figlio di chi non crede, di chi lotta, di chi è cattivo. Ma anche figlio di chi attraversa quella linea e si rende per la prima volta diverso. Dal mondo in cui aveva sempre vissuto, dalle persone con cui aveva lottato, e da sé stesso che aveva per qualche istante perduto.
Oggi mi sento felice.  Come non lo sono mai stata.  Perché quegli sguardi, quelle mani tese, le parole che sono nate da un’esperienza che per me è stata vita, tutto questo, è custodito nella parte più recondita di me. Quella parte che avevo sempre voluto tirar fuori… è la parte dei sorrisi sinceri e degli aiuti offerti senza attendere nulla in cambio.  “La linea gialla”… si chiama così il libro che ho scritto ripensando a loro. A quei ragazzi che si sentono perduti, che hanno quella luce che non riescono a vedere. A quei ragazzi che hanno vissuto un totale caos così difficile da riordinare.  Ripenso a loro, e mi viene da sorridere.  Perché, nonostante tutto, nonostante il mondo che non li ha compresi, nonostante l’infanzia che non hanno vissuto, nonostante quello che non sono riusciti a scoprire, mi sento in dovere ed in diritto di proteggerli, e spesso di tendere loro la mia mano e, con le mie parole fragili ed in bilico, sussurrare “Ci sono io con te!”.  E allora, quella linea gialla, attraversala insieme…  Il mio libro parla di questa consapevolezza: del rischio di passare in un altro confine, per poi compiere viaggi inaspettati che salvano anime.  Un grazie speciale sento di doverlo a tutta l’équipe della comunità che mi ha accolto e fatto sentire in famiglia… e ai ragazzi, di cui ogni singola parola ed ogni singolo gesto di questo anno mi hanno portato ad immaginare nuovi mondi e nuove storie.  Sempre in procinto di crescere…  Sempre con lo stesso desiderio di libertà…

Stefania Meneghella


 

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