Le persone e le parole non dovrebbero mai avere un legame

Non ci sono parole, a volte, per esprimere ciò che si ha dentro. Non ci sono nemmeno emozioni, nemmeno passioni, niente.

Ho sentito il niente per gran parte della mia vita. Dentro, proprio dentro di me.

Un niente derivato da sensazioni svuotate, sogni perduti, ali spezzate. Derivato da altre parole.

Le parole. Quanto fanno male le parole!

Coltelli che uccidono il sangue che produce il cuore, coltelli che forzatamente entrano nell’inconscio per trasformarsi in veleno.

La musica quasi rompe i timpani, mentre le voci di persone diventano l’unica melodia che ascoltiamo.

Urlano, loro. Urlano per farsi sentire. E noi ci sentiamo talmente piccoli da restare in un angolino e scrivere.

Scrivere di quello che non siamo riusciti a dire, scrivere di quello che vorremmo dire ma non riusciamo a dire.

La vita è nostra, ma è anche un po’ la loro.

Con quegli sguardi trasformati in spade, con quei sorrisi tramutati in uccisioni di anime, di momenti, di attimi.

E noi lì, distesi su un pavimento troppo bollente per il ghiaccio che sentiamo dentro, mentre quelle parole scorrono nella mente come poesie. Ma poesie che non hanno versi né suoni, poesie diverse. Poesie che fanno male, che distruggono i sogni. E queste poesie qui, quelle che non hanno nome e sono recitate a memoria, in queste poesie ci ho sempre creduto.

Sono le peggiori.

Si piantano nella testa e non ti fanno dormire; la Luna cerca di sollevarti al cielo, ma tutto è troppo buio e nemmeno le stelle riescono ad illuminarti il volto.

Le persone e le parole non dovrebbero mai avere un legame; dovrebbero vivere separate le une dalle altre e restare tali. Perché quando le due si incontrano, allora le lacrime scendono come gocce nell’oceano ed è quasi impossibile smettere di scrivere, o smettere di pensare.

 

Sento dentro queste urla, e quasi mi scoppia il cuore.

Si può vivere senza amore?

Fino a qualche tempo fa, credevo di non riuscire a vivere senza le parole. Solo ora mi accorgo che le parole non dovrebbero esistere; sono solo tanti pretesti per uccidere i sogni di chi spera di continuare a sognare, o per uccidere quegli amori, sbocciati all’improvviso e mai tramontati.

La felicità è solo un luogo in cui si rifugiano gli invidiosi, gli amareggiati, coloro che non hanno un nome e anche coloro che ce l’hanno, ma credono di non averlo. Il resto del mondo è fuori, ad attendere che quel luogo si liberi e si possa finalmente entrare.

Ora sono qui, in un angolino che non so come chiamare. Lo guardo dall’esterno, quel luogo che tanto avevo sognato. C’è caos, lì dentro. Le parole sono come cicuta, e come coltelli che uccidono. Ed io mi sento ferita, e nessuno lo capisce.

Ferita dalle parole.

Non lo avrei mai creduto possibile, eppure è successo.

E’ successo proprio quando avevo abbassato un attimo la guardia ed avevo detto a me stessa: “Eccolo qui, quel luogo!”. Ci ero entrata per un momento, spinta da una curiosità inaspettata.

Ed è accaduto in un attimo. In un lampo di secondo, anche io sono stata ferita dalle parole. E dalle persone. E da quello che pensano, e da quello che credono. E, ancora una volta, come sempre, come quando ero bambina, mi sono sentita diversa.

Per un po’ di tempo, l’avevo abbandonata questa sensazione. Avevo creduto possibile il fatto che anche io sarei stata come gli altri. I loro pensieri, le loro manie, i loro stessi sguardi,  e i loro modi di essere.

Come gli altri.

Ma, in quell’attimo, quelle stesse persone hanno iniziato ad urlare per farsi sentire, così forte da farmi uscire da quel luogo che sarebbe diventato la mia casa e farmi rinchiudere in quell’angolino, e scrivere, e sentirmi ancora diversa.

Diversa da tutti, diversa persino da me stessa.

E’ questo che fanno le parole. Ti allontanano da chi sei veramente e ti catapultano in dimensioni che non avresti mai voluto incontrare.

Ci sono parole che privano il cuore, lo rendono impassibile, e lo rendono quasi vuoto. E quasi… lo rendono come gli altri.

Io non ho mai voluto essere come gli altri, ma questo gli altri non lo capiscono. Gli altri non lo sanno.

Gli altri ridono, mentre la mia mano scorre veloce su un foglio bianco, in cerca di comprensione, in cerca di qualcuno che sappia essere esattamente come io mi disegnavo da bambina, quando la vita aveva un sapore in più e quando io sapevo essere diversa.

Ora non lo so più.

Ora non lo so più davvero.

Le parole continuano ad uccidere, ed io continuo a ferirmi e non posso dire nulla.

Eccolo qui, il luogo in cui sono costretta a vivere: sulla pelle i graffi, nel cuore il sangue e, dentro di me, solo tanto dolore.

Eccomi qui, come mi volete.

Con le lacrime che rigano il volto.

Sono come vi aspettavate. Ma non sono me stessa.

Forse ritornerò, da qualche parte nel mondo e in qualche modo.

Ma per ora, eccomi qui, sono come mi volete voi.


Stefania Meneghella

C’è un tempo per ogni persona che incontriamo

Gli alberi coprono il cielo, invece di coprire i pensieri. E il vento… il vento caccia gli attimi importanti per dare spazio a quelli urgenti.

Conto i passi che mi conducano a quel momento, e spesso non riesco a guardarli, i miei piedi. Troppo breve lo sguardo che ho su di essi, troppo breve l’intensità del mio cuore. Troppo breve persino il tempo, racchiuso in una conchiglia, in attesa di essere lasciato un po’ vivere.

Il mio tempo lo conobbi tempo fa, quando scoprii che anche io potevo essere felice. Era un tempo diverso dagli altri, un tempo in cui ero me stessa e anche un tempo in cui non lo ero. Ma era solo mio, e di nessun altro.

Ecco.. penso che ognuno debba conoscere il proprio tempo, e capirlo, e apprezzarlo.

C’è un tempo per ogni cosa che esiste, e anche per ogni cosa che non esiste.

C’è un tempo per ogni persona che incontriamo nella strada, e anche per ogni persona che perdiamo.

C’è un tempo per ogni persona che perdiamo.

Ed ogni persona che perdiamo è come una foglia che cade dal nostro albero, diventato ormai secco. E’ come un vento che spazza via tutto il mondo che ci eravamo creati attorno, tutte le parole che lo avevano composto, tutti gli sguardi che l’avevano reso invincibile.

Penso che sia questa la ragione per cui continuiamo a perdere persone. Per questo nostro infinita esigenza, spesso immorale, di avere ancora alberi secchi da guardare. Come se fosse un museo da visitare, come se fosse una storia da raccontare quando avremo perso tutti i motivi per essere noi stessi.

Quando avremo perso tutto.

La verità è che proviamo una leggera ansia quando la felicità bussa alla nostra porta e ci sussurra lentamente: “Eccomi qui, sono arrivata per te!”. Allora costruiamo alberi, mura, tunnel, strade senza ritorno, solo per poter dire, a chi ce lo chiede: “Non sono nel mio tempo!”.

Ma noi, nel nostro tempo, ci siamo sempre stati. Da quel momento in cui qualcuno ha deciso che anche noi avremmo potuto esistere, da quel momento in cui qualcuno ci ha guardato in una maniera diversa e noi ci siamo detti, ancora una volta: “Non è possibile, nessuno può guardarmi in questo modo!”. Ma quello sguardo era lì, che ci attendeva.

Due occhi che ci guardavano, anziché vederci.

Due occhi che ci scrutavano, anziché parlarci.

E i nostri.. i nostri, di occhi, intendo. I nostri occhi hanno abbassato lo sguardo e hanno sorriso la notte, mentre nessuno li vedeva, mentre la Luna sussurrava loro che sì, anche loro avrebbero potuto essere felici.

Loro non ci hanno creduto, e hanno continuato a guardare in alto, verso quegli alberi che coprivano il cielo. Le foglie hanno ricominciato a cadere, pian piano, una dopo l’altra.

E loro, gli occhi… sono rimasti fissi ad assistere a uno spettacolo che in realtà non avrebbero mai voluto. E nessuno lo sapeva, nemmeno quelle foglie che cadevano, nemmeno quelle persone che crollavano costruendosi un tempo tutto loro. E noi non ne facevamo più parte.

Ormai erano foglie, e volavano libere nel vento.

Abbiamo cercato tante volte di respirare ancora il profumo di quelle anime che volavano nell’aria, come per riaverle un po’ con noi. Ma queste svolazzavano sopra quegli alberi che noi continuavamo a guardare, ed erano nel loro tempo.

Anche noi c’eravamo, nel nostro tempo. Ma era un tempo diverso dal loro.

Quello che accadde a noi e a loro resterà sempre nel mistero ma, quando i due tempi non riescono più a incontrarsi, restano solamente legami morti e mai rinati, anime alla continua ricerca dell’altro, e momenti fatti di sguardi e abbracci che hanno reso un attimo magico, per poi disperderlo nel mondo, come qualcosa di mai esistito.

 

Gli abbracci volano nel vento

Lasciano delle particelle, i corpi, a volte. Come un viaggio inaspettato, come la vita che di per sé diventa una vita diversa, o forse nuova.

Forse non sono i corpi a parlare, quando si parla di cose vere. Forse sono semplicemente le essenze; forse è fatta di essenza l’esistenza. E l’amore. E tutti i sogni che conserviamo nel cuore.

E il mondo.. il mondo così diverso. Così.. importante. Così. Così come lo vediamo, e come lo guardiamo.

Mi ha sempre appassionato questa questione degli abbracci: qualcosa di vero, di non costruito, qualcosa che forse cerchiamo dall’origine dei tempi e da cui spesso desideriamo fuggire. Sono attimi, sono gli attimi che costruiscono il tutto. E sì.. sono anche quelle particelle particolari che rilasciano emozioni, a volte sentimenti leggeri, altre volte passioni che lacerano l’anima, forti e altrettanto intense. E lacrime, spesso lacrime. Come una vita vista sempre ad occhi lucidi, con l’acqua che appanna le pupille e non ci lascia guardare il mondo. Tutto troppo trasparente; la vita è trasparente.

E i colori.. i colori spesso svaniscono nel nulla. Come dei piccoli volatili che si lasciano influenzare dal loro meraviglioso modo di volare e, perché no, di credere.

Il cuore che batte, e a volte si ferma. Come un treno che corre via da ciò che proviamo; la pelle che si fa umida, e quasi si impregna di vento. Ma un vento diverso, un vento che smuove capelli e pensieri, e forse anche sentimenti. Ricordi che, improvvisamente, diventano più vivi delle nostre stesse esistenze, e non attendono altro: solo la memoria che si affaccia alla mente e diviene essenziale.

La verità è che siamo fotografie scattate all’improvviso, senza sorrisi forzati; una di quelle foto che vorremmo appendere nella nostra camera per ricordarci di quando eravamo felici. Siamo fotografie che restano appese a una parete e che guardiamo quando il mondo ci tradisce, o semplicemente, non capisce. Le guardiamo e ci riconosciamo, per quello che siamo stati, e per quello che ancora siamo, da qualche parte dentro di noi. Il muro è bianco, è vero. Il muro che ci attornia è sempre bianco; trasparente, anzi. Trasparente e privo di colori. E cerchiamo, speriamo, mentre il cuore parte in un viaggio interminabile, come qualcosa che non abbiamo conosciuto davvero, come il nostro volto posato sul finestrino del treno ad attendere che qualcuno venga a salvarci.

Le particelle, quelle particelle che ci stupiscono sempre, sono lì, e a volte qui. Proprio qui con noi.

Altre volte, sono semplicemente nei nostri ricordi, nelle persone che abbiamo conosciuto, nel loro modo di farci sentire… diversi, e a volte speciali. In quelle anime volate via troppo presto, o forse troppo presto per noi, che non abbiamo avuto il tempo di sussurrare ciò che avremmo voluto. Allora le parole sono andate via con il vento, e non hanno avuto il coraggio di trasformarsi in gesti, ma solo in piccoli silenzi che compongono le nostre vite quando non troviamo la forza di lottare, di tenerli stretti i nostri sogni, di tenere strette quelle persone che ci hanno fatto stare bene.

Fotografie, particelle, ricordi, memorie che viaggiano, treni persi e a volte ritrovati, persone e sguardi; cuore che batte, pelle che vive, vite che si incontrano per caso e per caso si perdono, anime che volano, momenti che restano, parole che narrano.

C’è tutto il mondo in un abbraccio: c’è ciò che siamo, ci siamo noi.

E c’è il cielo, che da lontano ci guarda e sorride.


Stefania Meneghella

Il cielo è nel nostro tempo

Spesso camminiamo tra le strade, con la consapevolezza di essere diversi. Di essere un po’ noi, di essere un po’ quello che avevamo sperato. Spesso camminiamo e sogniamo. Ad occhi chiusi, oppure mentre il mondo ci costringe ad aprirli e a trasformarci nuovamente in noi stessi. Siamo oro che si scioglie al Sole, mentre il cielo resta in disparte a guardarlo, a guardarci sorridere e sperare. Ancora.

Ancora.. sperare momenti di vita che avremmo voluto stringere tra le mani, attimi che avremmo voluto carezzare con il cuore.

Purtroppo, o fortunatamente, è così che va la vita: è così ogni volta che cerchiamo di convincere noi stessi che, in qualche modo, avremmo potuto farcela. Oppure quando cerchiamo di prendere a pugni la nostra anima, solo perché divenuta troppo pesante per i nostri sogni, o per quell’amore che ci scorre nelle vene e che non riesce a camminarci affianco quando, tra le strade, siamo consapevoli di essere diversi.

Eppure, riesco ancora a credere in qualcosa. Riesco ancora a guardarlo, quel cielo che sembra nascondersi tra le pieghe del mondo, quasi vergognandosi della sua natura, del suo modo speciale di essere così… azzurro. Azzurro come i sogni che conserviamo tra le mani e li stringiamo così forte da frantumarli e farli divenire polvere. Ma chi l’ha detto che la polvere non sia capace di volare nell’aria? Chi l’ha detto che,  solamente senza polvere, possiamo volare davvero? Io credo che la polvere sia quell’oro sciolto di cui è fatto il nostro corpo, e a volte la nostra anima.

E quindi brilliamo.. brilliamo davvero. Per quel Sole che è così… luminoso. E per noi che lo siamo anche di più, nell’esatto istante in cui volgiamo lo sguardo al cielo e ritorniamo ad essere noi stessi.

E’ proprio nel cielo, il nostro “destino”. Oppure illusione, oppure miracolo, oppure semplicemente Dio. Oppure è semplicemente Dio che ci prende per mano e ci guida in quello che abbiamo sempre voluto. Siamo puntini separati gli uni dagli altri, mischiati in una folla che non conosceremo mai: sguardi distanti, sorrisi trasparenti. Solo alcune anime riescono a incontrarsi; il resto dei corpi è solo massa che vaga in una Terra apparentemente diversa. Ma, quello che non sappiamo, è che siamo noi ad essere diversi, e non ce ne accorgiamo. Il mondo va veloce, come veloci vanno le nostre vite. Sempre di corsa, sempre di fretta. Sempre in un caos che danneggia il sangue, e a volte anche l’amore. A volte anche i sogni, che sono essi stessi puntini posizionati in ogni singola vita costruita dal nulla. Come i momenti… magici, e intensamente importanti.

E allora che si fa? Che si fa quando restiamo soli in un angolo ad attendere che i nostri sogni vengano a salvarci, che il cielo venga a salvarci? A volte scorgiamo solo buio, solo, eterno, buio che ci fissa e ci costringe a star fermi. Immobili. Per sempre.

Come se fosse un dovere smettere di sognare. Come se… il mondo ci urlasse tutto il suo costante bisogno di caos, e noi siamo lì, costretti ad assorbire la sua essenza.

Eppure, riesco ancora a credere in qualcosa. Riesco ancora a percepire l’intensità e il potere di quell’azzurro che ci osserva dall’alto e definisce le nostre vite, come le nostre anime. E’ semplicemente così che deve andare il mondo: un insieme di puntini mescolati nella folla che solo il cielo ha la capacità di unire. Ma puntini che non sono tra le pieghe della Terra, ma che sono soprattutto nel nostro futuro, così come nel nostro passato. Ecco.. con il trascorrere degli attimi, si giunge a questa essenziale conclusione: il nostro tempo è composto di piccole e minuscole strade, separate le une dalle altre. All’origine di ognuna, c’è un sogno che vorremmo realizzare. Di tanti, troppi sogni è fatta la nostra anima. Ogni sogno è composto da altri sogni, ognuno dei quali può essere raggiunto solo con la realizzazione del sogno precedente. Ma come si possono unire tutti questi minuscoli sogni per poter realizzare quell’unico sogno che conserviamo nel cuore da sempre?

Domande su domande. Solo di misteri è fatta la nostra vita, solo di quesiti, dubbi, ricerche. Domande su domande.

C’è però un’unica risposta che può mettere fine all’intero caos che investe la nostra mente, così come il mondo; c’è un’unica risposta che mette fine persino a questo continuo girovagare tra le pieghe della Terra alla ricerca di noi stessi.

Una risposta che non si può scorgere mentre camminiamo tra le strade, con la consapevolezza di essere diversi.

E’ per questo che, ogni sera, prima di addormentarci, volgiamo lo sguardo al cielo e cerchiamo le stelle.


Stefania Meneghella

Cara amica che non ci sei più…

Cara amica che non ci sei più,

in realtà non so se tu ci sia mai stata. Per me, intendo. Che tu ci sei stata nel mondo, lo so. C’eri quel giorno in cui ho pianto così tanto da vomitare tutto il mio dolore sul tuo braccio, e c’eri anche quel giorno in cui mi sentivo inutile da aver voglia di mollare tutti i miei sogni. Allora, dall’altro capo del filo c’era la tua voce che mi sussurrava che sarebbe andato tutto bene. E io ci ho creduto davvero, quel giorno. Ti ho creduto. Ti ho sempre creduto.

Ti ho creduto persino quando il mondo intero mi gridava di non farlo.

Non ascoltavo niente e nessuno; ascoltavo solo te che mi abbracciavi solo come tu sapevi fare, ed ascoltavo te che mi dicevi: “il mondo è cattivo, ma noi siamo noi ed è questo quello che conta”. Che noi eravamo noi lo sapevo fin troppo bene, lo sapevo persino quando volevo cacciarti via dalla mia vita ma il cuore mi implorava di non farlo. Mi sono sempre sentita sbagliata con te, sempre. E non te l’ho mai detto.

Tu… con il tuo essere assillante e ossessiva allo stesso tempo.

Tu… che mi vedevi senza guardarmi.

Come quella volta in cui mi hai riso in faccia e mi hai voltato le spalle, dimostrandomi e dimostrando al mondo intero che ti vergognavi di me. Allora io mi sono fatta piccola, ancora più piccola di quanto lo fossi già, e mi sono nascosta in un angolo della stanza ad attendere che tu finissi di indossare quella maschera che non ti è mai stata bene. Ed io te l’ho sempre detto. Te l’avevo sempre detto che saresti stata meglio con il tuo vero volto, ma tu mi guardavi sempre con un’aria diversa, superiore, non tua. Ed io… io non te l’ho mai detto cosa ho provato davvero quel giorno, non ti ho mai detto che sono tornata a casa piangendo sentendomi l’essere più inutile della Terra. Non ti ho mai detto che quella notte mi sono addormentata pensando a com’ero diventata da quando eri nella mia vita.

Accadeva sempre così con te.

Tu mi sputavi addosso tutta la mia colpa, il mio essere inutile, il mio essere arrogante. Ed io mi sentivo colpevole di tutto, inadatta, a volte anche un corpo senza anima.

Poi tornavi con il tuo sorriso finto, che a me sembrava invece vero. Mi abbracciavi e mi dicevi: “Ti perdono, ma non farlo più”.

Ed io ero felice quando tornavi, e promettevo a me stessa che non avrei sbagliato di nuovo, con te.

La nostra era una lotta a chi rideva prima, una lotta che vincevi sempre tu. Io mi trasformavo in un batterio che solo tu avevi il potere di schiacciare e di renderlo polvere. Mi sentivi senza ascoltarmi, e a me sembrava di non essere più io. Quando ero con te, la mia vera essenza si disperdeva nella nebbia lasciando il posto alla tua. Alla tua essenza fatta di altrettanta polvere, che però appariva ossigeno puro. Ed io lo credevo davvero. Io davvero credevo in quell’aria che respiravo quando mi eri accanto. E te l’ho sempre detto.

Come quella volta in cui ti difesi guardando negli occhi tutti i presenti, rendendomi ridicola dinnanzi al mondo intero, che mi osservava e rideva. Tu lo sapevi, e sei restata in un angolo della stanza ad attendere che io finissi di indossare il mio vero volto. Perché io, una maschera non l’ho mai avuta. E tu non l’hai mai capito. O forse lo sapevi, e facevi di tutto per dividermi da chi ero davvero.

Io ci credevo.

Lo facevo quando mi chiamavi nel pieno della notte piangendo per qualcosa che non è stato mai vero. E mi sono sentita stupida, mi hai fatto sentire stupida. Persino quando mi obbligavi a rispettare tutto quello che mi dicevi, e ogni tuo ordine doveva essere dovere per me.

E il mondo mi sembrava troppo grande ed io lì, sotto un tavolo, ad attendere che qualcuno venisse a salvarmi sussurrandomi che ce l’avrei fatta anche io. Una mano serbava il telefono, l’altra tremava. La tua voce dall’altro capo del filo, e a volte dall’altro capo del mondo. La mia voce costretta invece a rifugiarsi nel silenzio, che per te era un luogo così comodo e con cui avresti potuto rendermi polvere. Ancora.

Come quella volta in cui mi hai detto che non ce l’avrei mai fatta e che non sarei stata capace. Non come te, almeno. Io ho creduto a ogni tua singola parola, e mi sono rifugiata ancora una volta sotto al tavolo a sperare di essere diversa, di essere un po’ te.

Ogni notte, prima di addormentarmi, sognavo di diventare chi tu avresti voluto, e sognavo di renderti fiera di me. Poi, chiudevo gli occhi, e i veri sogni facevano irruzione nel mio inconscio. Solo allora, ero davvero me stessa. Solo allora, mi riconoscevo.

Tutto è cambiato una mattina, quando ho iniziato a vivere ad occhi chiusi, quando i miei veri sogni hanno iniziato a comparire proprio dinnanzi ai miei occhi. E’ stato allora che ho capito.

Cara amica che non ci sei più, sono felice che tu non ci sia mai stata. Per me, intendo.

Sono felice che, quel giorno, tu mi abbia chiuso la porta in faccia dimostrandomi ancora una volta che ero io, quella sbagliata. Non ti ho detto nient’altro, perché sapevo che la tua voce avrebbe sussurrato ancora “Ti perdono, ma non farlo mai più”. Sono rimasta nell’angolo della stanza ancora un po’, sotto il tavolo ad attendere che qualcuno venisse a salvarmi. Ma, quando ho visto le tue spalle voltate che andavano via da me, cara amica che non ci sei più, per la prima volta mi sono salvata da sola. Oggi, gli angoli delle stanze li guardo da lontano, solo per ricordarmi di te, che mi hai sempre visto senza guardarmi.

Cara amica che non ci sei più, guardami come sono ora. Sorrido. Per la prima volta, senza di te, sorrido davvero, senza macigni sul cuore. Le mani che mi accompagnano nel percorso della vita non sono tue, ed io sono finalmente io.

Da quando non ci sei, sono finalmente io.  Tu non so chi sei, non l’ho mai saputo chi sei stata. Ma per ora, io sono io e, ti giuro, questo mi basta davvero.


Stefania Meneghella

Tra le rughe del tempo

Le sue mani tremavano, e non riuscivano a star ferme. Non riuscivano. Assieme agli arti, tremava anche il cuore, e il mondo che si era costruito da quando… da quando Dio aveva deciso di renderlo vivo. E anche da quando lui aveva deciso di sopravvivere. Aveva così tanti progetti, così tanti… così tanti modi di esistere. Ma le sue mani tremavano e, assieme ad essi, tremavano i pensieri, gli sguardi, il suo sorriso che era sempre stato vita, il suo modo di prendere le mani per poi lasciarle andare.

La vita di Johnny era diventata una continua, costante, inarrestabile ricerca di sé stesso, di quello che era stato, di quello che il mondo avrebbe voluto da lui.

Le rughe del tempo tracciavano nuovi percorsi sul suo volto, e la pelle si era fatta ruvida, e aveva paura. Gli specchi erano in un luogo segreto e, impregnati di quella polvere che solo l’eternità poteva conoscere, restavano lì in cerca di qualcosa. In cerca di un volto.

Ma Johnny, un volto, sembrava non avercelo più. O forse non l’aveva mai avuto. Forse, era da sempre stato il tempo il suo vero volto, forse… Non c’era più tempo per pensare, per quell’uomo messo alla prova dalle pieghe della vita. Non c’era nemmeno più tempo per amare.

Il suo corpo giaceva lentamente, a volte dolcemente, fino quasi a sprofondare, su una poltrona color nero posta all’angolo della stanza. Era proprio in quel luogo che accadeva l’inaspettato. Era proprio lì che non si riconosceva. Era lì che diventava, a volte, davvero lui per poi disperdersi nuovamente nella folla.

<<Eccolo!>>, gridò improvvisamente, <<Eccolo! Io lo vedo! Mi vuole uccidere… MI VUOLE UCCIDERE!>>

Sua moglie Margherita voleva correre, ma non riusciva. Troppo deboli anche i suoi arti, e a volte troppo fragile il suo cuore. Si accontentò di camminare con l’anima in disparte, si accontentò di ritrovare, ancora una volta, come ogni singolo giorno, quelle lacrime che le bagnavano il volto attraversando le rughe del suo tempo.

Johnny aveva inaspettatamente preso tra le mani un oggetto pesante e sì… proprio in quel momento, lo lanciò forte contro la parete che avevano dipinto assieme quando la nuova casa aveva fatto ingresso nella loro esistenza, circa venti anni prima. Assieme alla parete, si ruppe la loro vita, e la famiglia che andava via via sgretolandosi. Ma le mani di Johnny tremavano, tremavano e nessuno poteva farci niente.

<<TU!! Cosa hai combinato?>>, urlò contro sua moglie, <<L’ho visto! Giuro che l’ho visto!>>

Margherita restò a gambe incrociate con le mani in aria; non sapeva, non credeva. <<Cosa hai visto?>>, gli domandò solamente. Non c’era spazio per la sua parola in quel luogo; in realtà, Margherita, uno spazio non l’aveva mai avuto. E non l’aveva nemmeno quando quell’uomo la accusava di qualcosa che lei non conosceva, e si sentiva piccola. Per la prima volta, si sentiva piccola.

<<Come hai potuto farmi questo? Come hai potuto?>>

Non capiva, la donna. Giurava a sé stessa di non capire, e lo giurava anche a lui. Ma le mani di Johnny tremavano, e con essi tremavano i suoi rimpianti e i suoi timori. Tremava la consapevolezza di essere ingannato, e di essere diverso. In Margherita, invece, tremavano i ricordi e i momenti di quando quell’uomo la riconosceva davvero.

Quel luogo si fece dunque improvvisamente realtà diversa, quasi una realtà che nessuno ha il potere di vedere davvero. Una realtà celata dietro le tende trasparenti della vita, una realtà che sbircia per guardare il mondo per poi nascondersi nuovamente. Una realtà che chiude occhi solo per riaprirli a qualcun altro. Johnny, i suoi occhi, non li aveva mai serrati e la vedeva… giurava di vederla, quella realtà. E nessuno lo capiva.

Quel luogo si trasformò così in una dimensione che non conosce prospettive; una dimensione per cui lottiamo ogni giorno, quella che speriamo di intravedere nei sogni, quella che speriamo di incontrare quando la vita diverrà solo un ricordo. Quella dimensione, invece, Johnny l’aveva proprio dinnanzi a sé. E Margherita non capiva, nessuno avrebbe potuto.

Il mondo si allontanava sempre di più dal corpo dell’uomo, che invece restava lì diventando vittima del suo stesso inconscio.

Improvvisamente, la stanza si fece verde. Un verde così accecante che l’uomo non riusciva a tener aperti gli occhi; ma lottava… lottava contro sé stesso per continuare a sbirciare cosa c’era al di là di quella tenda trasparente. Un cane slegato fece irruzione dalla finestra, abbaiando sguaiatamente e tramutandosi nell’immagine che lui aveva di sé stesso quando, nel fiore della giovinezza, si sentiva inadatto al mondo. Quel cane non aveva niente da rimproverare ma, inaspettatamente, iniziò a parlare davvero. Un cane che parlava… che urlava, anzi. Un cane che urlava nella stanza del soggiorno le cui pareti si erano fatte verdi. E mentre urlava, urlava anche Johnny, implorandogli di tacere. Iniziò ad urlare così forte che quasi la voce iniziava a svanire. Le urla dell’uomo furono interrotte quando quel cane si accorse di una piccola bara accanto il divano; piccola… una bara davvero piccola, della misura di un fanciullo. Il cane si distese sopra, e restò lì per un tempo interminabile. In realtà, a distendersi su quella bara era l’anima di Johnny che, da bambino, aveva una profonda, quasi eterna, paura di morire. Accadde soprattutto quando il suo papà gli parlò per la prima volta di un loro lontano parente che era andato via per sempre; da quell’attimo, il bambino aveva iniziato a domandarsi cosa sarebbe stata in realtà la morte e perché tutti avrebbero attraversato quel viaggio. Non aveva le risposte; aveva solo timore che sarebbe potuto succedere a lui, prima o poi.

Il cane era davvero lì, ancora, e aveva per un attimo finito di urlare; lo sguardo di Johnny fu però distolto dall’arrivo di un ammasso di persone che filtravano tra le pareti della casa, raggiungendo più stanze contemporaneamente. Uomini, donne, a volte bambini anche. Parlavano tra di loro senza considerare la presenza di Johnny che, in disparte, li guardava per capire meglio. I volti della gente erano simili a quelli che, quotidianamente, entravano nel negozio che era stato costretto a chiudere quando aveva solo cinquant’anni. Aveva trascorso la sua vita lì dentro, e le persone… quante ne vedeva di persone! A volte, credeva persino di sognarle, o di vederle entrare nel bel mezzo della notte. Allora, era solo una sua fantasia, lo sapeva… ma non quel giorno. Quel giorno, quelle persone erano lì davvero, e nessuno lo capiva, nessuno lo credeva possibile. Ma lui le vedeva… lui le vedeva davvero! Erano in quella stanza verde, e chiacchieravano di cose incomprese che nessuno avrebbe mai capito. Nessuno, tranne lui. Tranne lui che improvvisamente gridò: <<BASTA! Andate via da qui! Andate via!>>. Quelle persone lo guardavano stupite e gli sorridevano, anche. Quelle persone gli sorridevano con uno sguardo dolce e diverso. E lui non sapeva cacciarle, non aveva la forza di cacciarle. Soprattutto quando un volto tra quelli si fece improvvisamente nero, e un uomo di colore uscì da quella comitiva per guardarlo negli occhi e ridere di gusto… ridere davvero. Poi scomparve, e lo vide uscire dalla camera da letto in cui sua moglie stava stendendo il bucato.

<<Come hai potuto farmi questo? Come hai potuto?>>, urlava Johnny. Urlava con tutto sé stesso, con tutta l’anima che sembrava essersi dispersa e invece si scoprì essere ancora lì, ben salda, che cercava di dare un nome a ciò che vedeva. Le parole quasi scorrevano all’indietro, per poi proseguire in avanti, fino a diventare vuoto; era un linguaggio sconosciuto a tutti, quello di Johnny, ed era un linguaggio che nessuno avrebbe mai capito. Nemmeno Margherita, che gli era stato accanto dall’inizio. Nemmeno i suoi figli, che erano cresciuti dal suo stesso albero. Nemmeno lui. Era un linguaggio che esisteva e basta, e ciò che vedeva era in una realtà distante ma che lo univa alla sua essenza. E lui aveva necessariamente bisogno di scoprirsi, di svelarsi per quello che era sempre stato, di porre su un piatto la propria identità per guardarla e conoscerla davvero. Aveva bisogno di tutto… ma le mani tremavano, tremavano ancora. E insieme ad essi, tremava la vita che si era costruito da solo. Tremava quella realtà che vedeva soltanto lui; tutto il mondo tremava attorno a lui e … Johnny restava in disparte, in un angolo della stanza ad ammirare la sua vita sgretolarsi.

<<Cosa stai dicendo?>>

<<Tu sei pazzo! TU SEI DAVVERO PAZZO!>>

<<Non esistono quelle persone.. è una tua fantasia!>>

<<Non le vedi davvero, stai mentendo!>>

<<Tu sei pazzo… oh sì, sei diventato pazzo!>>

Le mani di Johnny tremavano, mentre il suo mondo si disperdeva tra le parole della gente e non c’era posto… non c’era posto per uno come lui. <<Sei diventato diverso!>>, gli dicevano in giro. Ma lui… diverso lo era quando non era lui, e nessuno lo capiva. Finì così per camminare solo tra le strade verdi della città mentre la sua sedia a rotelle schiacciava le mani del cane. Ad occhi aperti, riconosceva persone, ma dietro i suoi figli ne vedeva altre che lo guardavano e sorridevano. Sua moglie si sedeva sulla piccola bara accanto al divano assieme all’uomo di colore, suo amante. E mentre il resto del mondo si diceva che andava bene così, che quegli attimi sarebbero passati, che lui sarebbe ritornato la persona che era sempre stata, le mani di Johnny tremavano e il tempo schioccava l’ora del tramonto; un tramonto che conosceva solo lui.. un tramonto con un colore diverso, fatto di gente diversa, fatto di inconsci che vengono allo scoperto quando l’umanità traccia le rughe dell’eternità.

Quella notte Johnny si distese sul suo letto, già riscaldato dall’uomo di colore, e decise di chiudere gli occhi. Le persone del negozio lo abbracciarono e lui si sentì finalmente protetto; il mondo aveva un altro colore. A piedi nudi, camminando, si diresse in un luogo verde. Le mani non tremavano ma erano diventate piccole, così come i piedi e l’intero corpo.  Si distese su una nuvola fatta di ghiaccio e, dolcemente, quasi inaspettatamente ma pur sempre in modo straordinario, iniziò a giocare con un piccolo cane che gli si avvicinò. Aveva lo sguardo dolce, quel cane. Invece di urlare, sorrideva… e Johnny era finalmente sé stesso.


Stefania Meneghella

Come farfalle

28 dicembre 2012, ore 2.00

CLIZIA

Le mani aggrappate al cuscino, il volto sprofondato nei cuori infranti, l’anima intrappolata nella rete dei suoi desideri. C’era un sogno che Clizia non aveva ancora realizzato, ma le parole le sussurrava a sé stessa, solo a sé stessa. Il mondo viveva ad occhi chiusi, quella notte. Tranne lei, tranne lei che preferiva rinchiudersi nelle lacrime per rendere il suo sguardo trasparente. Il mondo viveva, tranne lei. Tranne lei che non aveva un amore, e forse non l’aveva mai avuto. Questo pensiero le aveva attraversato la mente, e poi il cuore, per poi impossessarsi del suo umore così fragile, così infrangibile. Le mani aggrappate al cuscino, e il buio che la rendeva così debole. Lei ancora non lo sapeva, ma sarebbe stato quello il momento più importante della sua vita.

MAGGIE

Lo schermo del cellulare si era fatto buio improvvisamente, e le parole che solitamente comparivano a quell’ora da parte della stessa persona erano svanite nel nulla. E Maggie lo sapeva, l’aveva sempre saputo che prima o poi sarebbe accaduto. Lo sapeva che ogni persona avrebbe avuto la capacità di fuggire via da lei… ancora. Così quella notte, quando lo schermo del suo cellulare si era fatto improvvisamente buio, lei aveva nascosto il volto sotto il cuscino e aveva preferito un altro tipo di buio, quello dei sogni che conducevano verso altre strade. Maggie, una strada, l’aveva sempre voluta, come aveva voluto una mano da stringere, un sorriso da accarezzare, tutto. Ma… quella notte, il tempo scorreva troppo velocemente e ogni sensazione si sbiadiva tra i colori dell’anima. E si sarebbe sbiadita sempre, per lei.

KATY

Katy aveva sempre odiato la notte; la costringeva a restare sola con sé stessa. Quanti sogni in continua lotta con i pensieri! Quanti sogni voluti, e poi abbandonati! Katy aveva sempre odiato la notte, tranne quella. Quella fu l’unica notte in cui avrebbe voluto restare nel buio per sempre. Quella fu l’unica notte in cui decise di non chiudere gli occhi; avrebbe voluto assaporare quel  buio che la attorniava. Avrebbe voluto restare sola, avrebbe voluto conoscersi un po’ di più, e capirsi, e scrutarsi. Per l’ultima volta. Per l’ultima volta prima di quel passo che l’avrebbe resa una donna. “Sto facendo la cosa giusta?”, si chiedeva sempre, quella notte, mentre l’assenza di luce la costringeva ad essere sé stessa.

JOSEPHINE

Era una notte difficile, per Josephine, quella. E dolorosa anche. Tutto ciò che voleva era chiudere gli occhi e sognare. Sognare un mondo in cui il suo papà, volato via quando era solo una bambina e di cui non ricordava nemmeno il volto, esisteva ancora, un mondo in cui avrebbe potuto abbracciarlo…ancora. E allungare la mano verso quell’eternità che l’aveva reso angelo. Ma.. quella notte, gli occhi erano più aperti che mai e Josephine… quanto voleva fuggire da quel buio che fissava le sue paure. E la nostalgia, e il desiderio di non essere sola. Così si aggrappò alle lenzuola con tutta la forza che aveva in corpo, si coprì il volto, e restò così fino all’alba: in un mondo che nessuno avrebbe potuto scoprire, ma che solo il suo papà, ovunque fosse, aveva il potere di vedere. E scrutare.

YUKINO

Erano due le persone che non dormivano in quella casa. Yukino e quel piccolo essere nel suo grembo che aveva il sogno di scoprire il mondo. “E’  una femmina”, le aveva rivelato il dottore il giorno prima. Così, quella notte, Yukino si trovava a pensare a come sarebbe stato essere mamma di una donna. Notti insonnie, cuori infranti, ali spezzate, la voglia di ricominciare. L’avrebbe chiamata con il nome di un corallo, per dimostrare al mondo intero che lei avrebbe brillato più di chiunque altro, e che nessuno avrebbe potuto spezzarle quella luce. Intanto.. quel piccolo essere che giaceva in modo così improvviso nel corpo della donna sentiva tutto, avvertiva tutto, ogni pensiero di sua mamma, ogni paura, ogni ricerca di meraviglia. Ancora non sapeva che avrebbe trascorso gran parte delle sue notti a nascondersi il volto sotto il cuscino, non sentendosi amata. Ancora non sapeva che ci sarebbe sempre stato qualcuno in grado di non comprenderla, e che lei non si sarebbe sentita all’altezza. Ma ancora non sapeva che, nonostante tutto, l’avrebbe trovata, la forza. Come tutte, come ognuna.

LORENA

L’alba che avrebbe seguito quel tramonto avrebbe portato un Sole puntato sulla vita di Lorena. Una laurea, il risultato di così infiniti sacrifici, di anni trascorsi con sguardi rivolti sui libri. Ma.. quella notte, per Lorena, era impossibile addormentarsi. Il peso di un futuro incerto che opprimeva i pensieri; ogni cosa le appariva come appartenente a un enorme puzzle che non riusciva a trovare la sua reale composizione. Si immaginava dieci anni dopo, e un enorme senso di ansia le saliva lungo la schiena, fino a trasformarsi in brivido. Era proprio quel brivido a renderla insicura, a non farle chiudere gli occhi. “Cosa accadrà?”, si ripeteva. Nemmeno il buio seppe darle una risposta, e quella notte Lorena restò in equilibrio tra chi voleva essere e chi era costretta a diventare.


C’è un momento della giornata in cui infinite farfalle, che hanno volato tutto il giorno senza fermarsi mai, illuminate dal Sole, ritornano ad essere bruco. Si schiudono pian piano, quasi dolcemente, e si rintanano in quello che definiscono “il loro mondo”. Un mondo costruito, appunto, solo da loro. E nessuno… nessun altro può avere la capacità di comprenderlo, o di entrarci, o di farne completamente parte. 

Sono farfalle particolari, loro. Sono le stesse farfalle che scrutiamo ogni giorno dalla finestra della nostra stanza, sono quelle che sorridono quando perdono il treno che le avrebbe condotte alla realizzazione dei loro sogni, sono quelle che abbracciano gli altri quando hanno voglia di essere abbracciate, sono quelle stesse farfalle che si arrampicano su montagne così alte nonostante le vertigini, e che continuano ad essere loro stesse, nonostante il mondo intero sussurri al loro cuore continuamente: “Devi cambiare!”. Sembrano felici, queste farfalle. Felici e improvvisamente serene. Come se il cielo fosse stato creato per loro, come se quei colori impregnati sul tessuto delle loro pelli portasse qualcosa di vero, sincero, trasparente. Qualcosa per cui hanno lottato per così tanto tempo. Per queste farfalle, il tempo sembra quasi non scorrere; loro volano, con il solo obiettivo di coltivare amore. E il loro amore si sente, si sente ovunque. 

Ma.. c’è un momento della giornata in cui queste farfalle avvertono quasi la necessità di rinchiudersi in un inconscio che nessun altro ha compreso. La notte; solo la notte, le farfalle riescono ad essere fragili. Perché di giorno, loro sono gli esseri più forti del mondo.. quegli esseri che riescono a scovare soluzioni tra le tende dell’universo, nascondendosi e poi sporgendosi fino quasi a cadere giù. Perché a loro non importa di crollare, così sembra. Così sembra quando le vediamo sorridere e vediamo che i loro occhi si illuminano di eternità. Allora pensiamo che loro stanno bene, che stanno bene davvero, che la vita per loro non ha alcun problema, che la vita è meravigliosa. 

Ed è meravigliosa davvero, in ciò che dimostrano, nei loro gesti, nei sorrisi che cambiano l’universo, nella forza che trasmettono agli altri. Gli altri… gli altri credono che per loro volare sia gioco, e non pensano.. loro credono e basta, senza pensare. 

Ma c’è un momento della giornata, in cui il peso delle ali cade, i sogni si schiudono e c’è posto solo per le lacrime. Sì.. perché quelle farfalle piangono di nascosto, quando nessuno le vede. La notte. L’unico momento in cui possono essere fragili. Sì.. perché per il mondo la fragilità non ha quasi importanza; “Devi essere forte!”, ti dicono. Come se fosse semplice, come se essere farfalla significasse abbandonare tutti i momenti in cui pensi di non farcela, in cui ti senti inutile, in cui ti sale quella profonda ansia di essere persona. Una persona, con sentimenti, emozioni, brividi, attimi difficili. 

C’è un momento della giornata in cui tutte le farfalle del mondo si uniscono, prendendosi per mano ma restando distanti le une dalle altre. 

Ciò che le accomuna è il desiderio di abbandonare quelle ali che, durante il giorno, sembrano quasi essenziali per la sopravvivenza di chi le ama ma che, durante la notte, sono solo ali. E come tali… nel loro peso che quasi opprime l’anima, vanno lasciate accanto al letto. 

Il giorno seguente, quelle farfalle apriranno gli occhi ridendo, e convincendo il mondo intero che vada tutto bene. Che loro ce la faranno, che il coraggio permette di volare.

Il giorno seguente, il 29 dicembre 2012, alle ore 8.00, Clizia dirà ai suoi amici che lei sta bene da sola, che non ha bisogno di qualcuno che la ami; Maggie racconterà che quella persona non le manca affatto e che ha fatto di tutto per cacciarla via; Katy si presenterà all’altare con uno sguardo così raggiante da stupire tutti i presenti, e quel “si” lo pronuncerà con la luce negli occhi; Josephine abbraccerà il marito di sua madre gridando “Buongiorno papà!”; Yukino negherà a suo marito di aver paura, e gli dirà che quel nome l’ha scelto perché la sua vita sarà semplice come semplice è la luce di un corallo; Lorena indosserà il vestito più bello e, convincendo tutti i parenti di essere sicura di sé stessa, si recherà dinnanzi ai professori discutendo la sua tesi. 

E noi.. noi tutti.. non sapremo mai cosa è accaduto davvero dentro di loro, la notte precedente. 

 

La mia mano sul vento che viaggia veloce

Le rotaie mi indicano il giusto percorso, quello che ho sognato nelle notti più calde. Quello che è dentro di me, da sempre.

Da sempre, il mio volto è posato sul finestrino del treno. E guardo, rido, sorrido… da sempre.

Da sempre, è l’amore il luogo in cui voglio rifugiarmi.

Sempre, il mondo mi sembra vuoto. Vuoto senza di te.

Senza di te, che con una mano proteggevi e l’altra salvavi. Senza di te, che eri anche ciò che avrei voluto perdere solo per ritrovarti un giorno, venirti incontro e sussurrarti che sì.. anche io mi ero innamorata di te.

Ma innamorata in un modo diverso, innamorata come non mi era mai capitato. Innamorata e basta. Senza se, senza ma, senza te. Ti amavo ma tu non c’eri. Non c’eri come avevo sperato, non c’eri mentre ti vedevo camminare nel buio in una strada che non era mai stata mia.

Ci prendevamo per mano… a volte accadeva davvero. E vivevo attimi, periodi, sorrisi, lacrime, vivevo vite attendendo quel momento in cui mi saresti venuto incontro e mi avresti detto che sì… anche io ero importante per te. E lo ero, io sono sicura che lo ero davvero… nei momenti che contavano.

In quelli in cui ci sfioravamo i corpi, in quelli in cui ci guardavamo in un modo tutto nostro, e i sorrisi erano solo delle virgole poste improvvisamente alle frasi che componevano le nostre vite.

In quegli attimi, io e te eravamo eternità.

E lo eravamo anche quando ti cercavo nei sogni, convinta che saresti tornato e ci saresti stato. Sì… tu ci saresti stato sempre. Solo quando aprivo gli occhi, il tuo nome era l’unica cosa che contava. Leggerlo era diventato salvarmi, era diventato trasformarci, era diventato un modo tutto mio di dirti che ti amavo. Solo quando cercavo la tua mano nel buio della strada e non la trovavo, capivo che io per te ero importante solo quando eravamo noi, solo quando in un angolo di stanza ci sfioravamo le mani e gli sguardi diventavano magia. In quegli attimi, mi sentivo felice.

Ora sono su questo treno, alla ricerca di qualcuno, alla ricerca di qualcosa che mi facesse sentire viva.

Ti penso.

Ti penso anche quando non riesco a pensarti, anche quando non riesci ad amarmi.

Io per te sono importante, e lo sono sempre stata. Io questo lo so. Lo so perché, in quell’angolo di stanza, il tuo sorriso illumina il mio cuore.

E so anche che ti mancherei se oggi decidessi di non raggiungerti, se decidessi di prendere una strada che mi porti su altre rotaie, su altri treni che trasformano esistenze.

Ma sono qui… oggi sono qui.

E non so che fare. Giuro che non so cosa fare.

Giuro che mi tufferei da questo maledetto treno, solo per venirti incontro, solo per dimostrarti che io so amare davvero, e ti so amare quando tu non riesci.

Io ti ho amato.

Ti ho amato annuendo, a tutto, a tutti, a te.

Ti ho amato quei giorni in cui mi hai portato in luoghi che non sopportavo, con persone che non mi sono mai piaciute, bevendo cocktail di cui ancora oggi ricordo il cattivo gusto. L’ho fatto per te.

..E poi ti ho amato quei giorni in cui hai detto no. No alla mia vita, ai miei amici, a ciò che mi rendeva felice, solo per condurti verso ciò che era la tua vita. E l’ho fatto per te.

..Ti ho amato anche quando i tuoi occhi guardavano una ragazza che non ero io, anche quando le tue mani scrivevano a lei giurandole di tacere, anche quando hai taciuto dinnanzi al mio sguardo. L’ho accettato, ti ho accettato. E l’ho fatto per te.

E ancora… ancora ti ho amato anche quando ho scoperto cose di te che non conoscevo, e quando ho scoperto che mi avevi mentito, e ho scoperto occhi che non erano i tuoi, non erano gli occhi che avevo guardato ogni giorno nell’angolo della nostra stanza.

Ma l’ho fatto per te.

E ora sono con il volto posato su questo finestrino, in un treno che mi porterebbe da te, ma in un luogo che ho sempre odiato. Ho abbandonato la mia vita, solo per venirti incontro. Ho abbandonato gli amici di sempre, e il mio desiderio di vederli sempre. Ho abbandonato il mondo che avevo costruito.

E l’ho fatto per te.

Dimmi.. dimmi che sono importante. Dimmi che sono importante per te.

Nonostante le tue bugie, il tuo non voler partecipare alla mia vita, il tuo essere tu e non il ragazzo che speravo di conoscere quando ti ho incontrato. Nonostante tutto, dimmi che sono importante.

Solo se me lo griderai forte, solo se mi prenderai tra le mani e mi giurerai che ci saranno i miei sguardi e i tuoi sorrisi in un luogo diverso dall’angolo della nostra stanza. Solo se sorriderai ai miei amici, solo se mi prometterai che il nostro mondo sarà un mondo costruito dalle nostre vite, solo se mi giurerai che non ci saranno più menzogne nel tuo cuore, e non ci saranno segreti, né misteri, né dubbi.

Solo se lo farai, verrò da te, oggi.

Altrimenti, ho appena posato la mia mano sul vento che viaggia veloce. E presto sarà accompagnata da tutto il corpo; sì… io da questo treno voglio scendere e, a piedi, lentamente, voglio camminare verso me stessa.

Da sola.

Giurò che lo faccio.

Adesso, ora.

Fatemi scendere da questa vita.


Stefania Meneghella

Dove nasce l’arcobaleno?

“Dove nasce l’arcobaleno”

di Andrea Caschetto


Ho trascorso tutti  i giorni, tutte le notti, ogni momento, ad alzare gli occhi al cielo. In ogni istante, scorgevo la luce. Nel cielo azzurro, nelle stelle portatrici di speranze, nella Luna che profuma di eternità, nella Terra che diventa mondo, nella gente che diventa umanità. Lo vedo ovunque, il cielo. In ogni luogo io sia diretta.

Lo vedo ovunque. Anche negli occhi di chi amo, anche negli occhi di chi vorrei amare.

Lo vedo ovunque.

Il cielo è quella fetta di eternità che ci è permesso guardare in vita e che ritroveremo quando voleremo lassù e ci trasformeremo nella stella che abbiamo sempre osservato quando dicevamo a noi stessi: “non ce la farò mai”.

Ho sempre amato il cielo, e le sfumature che esso contiene. E’ luce, è vita, è azzurro. E’ lì, e questo mi basta davvero.

Questo mi bastava davvero prima che io aprissi un libro con la consapevolezza di trovarci una storia e lo chiudessi con la speranza di viverla, quella stessa storia.

Questo mi bastava prima che quelle pagine mi entrassero nell’anima e si trasformassero nello stesso cielo che io guardavo da piccola, quando ad occhi chiusi sognavo di diventare me stessa.

“Dove nasce l’arcobaleno?”, me lo chiedevo sempre anche io. Mi hanno sempre affascinato gli arcobaleni, mi hanno sempre affascinato i colori.

Giallo, verde, arancione, rosso, blu.

Colori che si mescolavano con l’azzurro del cielo, lo stesso azzurro dei miei occhi e del mare in cui potermi tuffare per ritrovare la libertà. Dunque, ho ricordato quei momenti in cui da piccola alzavo lo sguardo al cielo e lo vedevo: l’arcobaleno. Io lo guardavo e sorridevo; sorridevo perché sapevo che quei colori esistevano davvero, ovunque io andassi. Li scorgevo nella mia famiglia, a scuola, negli occhi degli amici e nei miei sorrisi. Io ridevo da piccola, sempre. Ridevo e coloravo la mia vita di sogni, desideri, progetti, mentre chiudevo gli occhi solo per ritrovare quella parte di me che ancora mancava.

Questa mattina, dunque, con un libro tra le mani, ho ancora una volta alzato lo sguardo al cielo. Ciò che ho visto è stato un arcobaleno diverso, fatto di colori che vanno per poi ritornare. E poi ho visto degli occhi, occhi di bambini, occhi che ridevano. Come facevo io da piccola.

Ridevano e li cercavano, quei colori che spesso fuggivano via. Li cercavano anche quando le nuvole li cacciavano, li cercavano. Nonostante tutto, erano lì, sempre. Giocavano, danzavano e, con delle facce buffe, guardavano una persona.

La stessa persona che avevo incontrato in quelle pagine lette poco prima, la stessa. Un ragazzo.

Al volto, facce buffe. Tra le mani, mille giochi. Nel cuore, un solo obiettivo.

E piccole lucciole che gli ruotavano attorno, alla ricerca dei colori, alla ricerca di risposte, alla ricerca di attimi e di ricordi. Alla ricerca di sé stessi.

Il mondo era bello in quel cielo che osservavo, il mondo era colore, il mondo era silenzio. Era silenzio e ognuno aveva qualcosa da dire. E c’era giustizia, e c’era verità, e c’era tutto. C’era davvero tutto.

C’era tutto quando quel ragazzo bussava alle porte di altre vite, camminando in punta di piedi, portando luce nel buio. C’era tutto quando quel ragazzo  si trasformava in piuma e, lentamente, accarezzava le anime di chi credeva che un’anima, non l’aveva mai avuta. E invece in quel cielo così azzurro, le anime erano tante. Ed erano tanti i sogni, ed erano tanti i desideri di fuggire via. Ma soprattutto, erano tanti i bambini, gioielli di un’umanità perduta; erano tanti i loro modi di sorridere e piangere. Erano tanti anche i motivi per soffrire, ed erano tante le anime disperse tra la folla. C’era chi non li capiva, chi non li apprezzava, c’era chi non li aveva mai conosciuti, e c’era chi voltava le spalle fuggendo in altre realtà.

Ma.. loro erano solo bambini, ed erano tanti.

E quel ragazzo era uno, ma valeva per mille. Valeva quanto i sorrisi che avevano sempre sognato di ricevere, o quanto il modo speciale di prenderli per mano e condurli in una vita di speranza.

Così, questa mattina, mi sono posta nuovamente quella domanda che da bambina sussurravo a me stessa: “Dove nasce l’arcobaleno?”.

Ho guardato di nuovo il cielo e l’ho trovato sulla Terra. Come quando ero bambina. Sulla strada, i colori erano tanti: ognuno per ogni bambino.

L’arcobaleno nasce nei loro occhi.

cover


Stefania Meneghella

Attese e bellezze

Non esistono convenzioni a quello che vorresti essere, non esistono modi per dirti che tu sei perfettamente chi vorrei incontrare. Non esisto. Non esisto quando mi vieni in mente; non esiste niente di me quando ci sei. Non esiste nemmeno questo strano desiderio di venirti incontro, e abbracciarti, e dirti che sì… tutto è perfetto quando siamo insieme. Non esiste perché non siamo perfetti, e non lo siamo nemmeno quando ci rendiamo conto che tutto ciò che avremmo voluto era proprio lì.. dinnanzi ai nostri occhi. E noi.. magicamente testardi, abbiamo creduto nei miracoli, in quelli che benedicono chi ci è accanto mentre ci tiene la mano.

La vita è un campo di grano, non sai mai.. no, proprio non sai quando sarà il momento di raccoglierlo. Il Sole mi benedice in ogni mio giorno, in ogni mia raccolta, ma mai sembra essere il momento giusto. Attendo.. vivo in quell’attesa che esiste solo nella mia testa. L’attesa… cos’è mai l’attesa se non un dolce risveglio dopo il sogno di essere te stessa? La mia attesa l’ho ritrovata quando, un mattino d’estate, ho aperto gli occhi e, fuori dalla mia finestra, c’era un campo di grano. Non ho avuto il coraggio di raccoglierlo, quel giorno. Penso che non l’avrò mai. Ma l’ho osservato con tutta la forza che avevo in corpo; gli sguardi a volte sono meglio dei gesti. L’ho osservato e sono diventata chi avevo sempre sognato di essere; la potenza degli occhi diviene magia quando i piedi non hanno il coraggio di sollevarsi da terra. Avrei voluto volare; giuro, avrei voluto con tutta me stessa, ma non sentivo dentro la necessità di farlo davvero. Mi ero svegliata per guardare, quella mattina. Solo guardare. Solo osservare. Osservare da lontano. Il Sole che sorge, il grano che cresce, i fiori sorridevano. Sorridono sempre quando li guardo. Sorridono persino quelle infinite albe che vorrei conoscere ogni singolo giorno, quando il tramonto è nel cuore e non ha la forza di svanire. Ma non c’è stato modo; non ho avuto modo nemmeno di uscire di casa e scoprire il mondo, ancora. Io lo osservavo, io l’ho sempre osservato. Per me la vita è attesa, non è mai stata altro. Attesa di sorrisi, di sguardi, di abbracci, attesa di persone che non hanno la forza nemmeno di osservare. Giuro che a me basterebbe che qualcuno mi osservasse, da lontano, un mattino d’estate, al risveglio dopo un lungo sogno. A me basta uno sguardo. Mi basta persino sapere che esisto per qualcuno; che essere me stessa ne è valso la pena. Giuro che mi basta.

Ma … non so. Non ho mai saputo come risolvere ciò che non sono riuscita ad avere. Non ho mai saputo nemmeno perché ho la forza di guardare ma non trovo il coraggio di agire. Ma la vita… la vita è un campo di grano. Come puoi raccoglierlo e cancellare tutta la bellezza? Io la bellezza del mondo preferisco guardarla, preferisco consumarla con tutti quegli occhi che ho costruito su me stessa. La bellezza va solo osservata, altrimenti si consuma. E consumare la bellezza sarebbe il peccato peggiore mai fatto.

Ecco… io vorrei essere bellezza.

Attesa e bellezza.

La mia vita è fatta di attesa e bellezza.

Siamo tutti attesa e bellezza, lo siamo persino quando tentiamo di scendere in quel campo di grano e raccoglierne un po’. A volte ci scottiamo dal Sole troppo forte; allora torniamo indietro e giuriamo a noi stessi di non farlo mai più.

Io sono così.

Io ho paura di scottarmi ogni volta che incontro il Sole, ho paura di essere la prossima persona che morirà al solo pensiero di raccogliere un grano che è nei miei pensieri. Allora resto in disparte, dietro un angolo, e osservo. Osservo la bellezza del mondo, la bellezza nelle persone. Ma ho paura di infrangerla, questa bellezza che salva il mondo. Ho paura di infrangermi. Mi rifugio dunque in un’infinita attesa: l’attesa di ciò che potrebbe divenire, l’attesa di una Luna che non scotti pensieri, l’attesa di sogni. Perché, davvero, ci sono momenti in cui ho la forza di scendere in quel campo di grano e correre, correre, correre fino a perdere l’anima. Accade quando la sera chiudo gli occhi e il buio prende il sopravvento per poi divenire luce, e ancora bellezza. Io la bellezza la tocco nei sogni, la mangio, la assaporo, respiro il vento, sorrido ai fiori, mi tuffo nel Sole. E’ sembra bella la vita, sembra bella persino quando so che sto per svegliarmi, e intanto il vento mi scuote capelli ed io mi sento libera, ma libera davvero. Mi sento di essere sempre me stessa, e non ho bisogno di attendere, perché le attese che avevo rincorso sono ora presenze.

Accade questo nei miei sogni.

Finché…

Finché l’alba di un nuovo giorno dà il benvenuto a una me diversa. E’ la realtà. E la mia realtà è fatta sempre alla stessa maniera: di attese e bellezze.

Invece io vorrei una realtà fatta di sogni; vorrei diventare un sogno. Io quel Sole vorrei toccarlo davvero, come nei sogni. Vorrei scendere in quel campo di grano e raccoglierne uno con la persona che mi è accanto. Vorrei che lui mi prendesse per mano, e assieme volassimo con il vento che muove pensieri, con la luce che illumina anime. Vorrei.

Ma la mia realtà è fatta sempre alla stessa maniera: di attese e bellezze.

Così oggi sono ancora qui: affacciata a una finestra che non vedo mai nei sogni. Al di là, un campo di grano mi osserva e mi attende.

La sua vita è fatta sempre alla stessa maniera: di attese e bellezze.


Stefania Meneghella