Intervista radiofonica per Radio Tradicion (Buenos Aires)

Stefania MeneghellaIntervista radiofonica per “Radio Tradicion” (Buenos Aires)

Una parte de mi participacion en ” Este es tu lugar” de Radio Tradicion (Buenos Aires) en que yo he hablado de mi novela “Silenzi Messaggeri”.

Intervista radiofonica per Radio Canale 100

Stefania MeneghellaIntervista radiofonica per “Radio Canale 100”

La mia intervista radiofonica per “Radio Canale 100” – 4 ottobre 2017

Un ringraziamento speciale a Isabella Difronzo, Francesca Romana Pisciotta e Gianni Vella

Silenzi messaggeri: danza, misteri e legami

Stefania MeneghellaSilenzi Messaggeri: danza, misteri e legami

 

Dove sono nate le mie parole e quanti passi hanno compiuto per giungere fin qui? Vi lascio alla visione di questo video in cui, oltre al mio cuore, c’è tutto il mondo in cui vivo, tutto il mio silenzio.

VIDEO EDITING, PAROLE, DANZATRICE E BAMBINA CHE DANZA: Stefania Meneghella

VOCE: Stefania Meneghella e Marco Mele

Si ringrazia l’artista Anna Maria Saponaro per aver ritratto su carta i personaggi del romanzo e per aver esposto le sue meravigliose opere durante la perfomance.

Un grazie speciale a Marco Mele per la sua preziosa collaborazione.

Tutti i filmati sono stati realizzati con una videocamera amatoriale. Il filmato della bambina che danza (Stefania Meneghella) risale all’anno 2004 e fu girato nella Cava di Maso della città di Bari.

Presentazione di “Silenzi Messaggeri” – 2 agosto 2017

Presso i Giardini di Sant’Agostino (tra le location più suggestive dei Sassi di Matera). Ha moderato la scrittrice e speaker radiofonica Stefania Romito (consuletente letteraria del Centro Leonardo Da Vinci di Milano). All’incontro hanno preso parte il responsabile dell’associazione culturale “LE CITTA’ DI PIETRA”, Lorenzo Antinora

 

Cosa può diventare un mondo che lascia fuori tutto il resto?

Cosa può diventare un mondo che lascia fuori tutto il resto?

Un mondo. Un mondo nuovo. Un mondo in cui è facile essere anziché diventare, e a volte guardare anziché vedere.

Non esistono parole, e nemmeno emozioni, in quel mondo così… diverso. Così importante, anche. E così essenziale.

Non esiste niente che si possa incontrare.

Esiste solo un noi.

Quanto ho amato il nostro noi, e quanto lo amo tuttora!

Lo amo per quello che è in grado di dare, e per quello che non crede di donare. Lo amo per i suoi occhi chiusi che apre solo per parlare al mio cuore. E lo amo per ogni parentesi che apre, e che non sente la forza di chiudere, perché tutto così meravigliosamente bello.

Allora, mi chiedo: cosa può diventare un mondo che lascia fuori tutto il resto?

E tutto il resto è quello che non vogliamo incontrare, le parole che si dicono per fare male, gli sguardi della gente che odia, e l’umanità in frantumi.

Questo mondo qui, invece, è un mondo nostro. Ed è un noi che, come castello di sabbia, si costruisce con il Sole che scotta sulla pelle e i granelli che formano il futuro.

Forse resteremo qui, su questa panchina, a guardarci e a trasformarci ancora in noi, ogni giorno di più. Forse ci prenderemo per mano e affronteremo la sabbia che scotta, e il mondo che diventa sempre più mondo.

Ma tutto il resto? Resta fuori, e noi ci siamo dentro. Con tutte le nostre forze, e con tutte le ali che qualcuno ci ha incollato alla schiena solo per dimostrarci che, insieme, avremmo potuto diventare angeli per l’altro. E lo siamo, lo siamo ogni giorno. Lo siamo quando gli sguardi sono celesti e i sorrisi si trasformano in nubi, e l’anima diventa cielo. Allora voliamo davvero. Voliamo nel nostro mondo, un mondo che nessuno conosce e da cui non avremo mai la forza di fuggire.

In fondo.. cosa può diventare un mondo che lascia fuori tutto il resto?

Me lo chiedevo spesso quando ero bambina. Quando il mondo per me era solo un pretesto per gridare a chi mi stava intorno che sì, anche io avrei potuto vivere come gli altri.

Me lo domandavo anche da adolescente. Quando il mondo per me era solo un tunnel in cui mi avevano gettato senza la mia volontà e, allora, avrei voluto fuggire dagli altri.

Avevo iniziato a chiedermelo anche da adulta, quando il mondo era per me una scatola vuota, in cui avrei potuto urlare e nessuno mi avrebbe sentito.

Oggi, invece, i mondi per me sono due.

E in uno c’è ciò che non riesco a trovare nell’altro.

Forse è per questo che ho sentito l’esigenza di costruirmi un mondo assieme a lui. E costruire un mondo fondato sul noi è costruire qualcosa che annulla tutto il resto: il chiasso, i rumori delle macchine che non fanno dormire, le grida della gente delusa, i pianti di chi non vuole ammettere la propria esistenza.

Noi siamo lì, in una dimensione opposta, a raccontarci di noi e a ridere di ciò che siamo stati e di ciò che saremo.

Cosa può diventare un mondo che lascia fuori tutto il resto?

E’ un angolo di salvezza, un’àncora che diventa un ancora. Ed essere ancora in quel mondo rappresenta miracolo, miraggi di luce, essere ovunque ma sapere dove condurre il proprio cuore, e diventare missionari d’amore, di pace nell’anima e di piume che, dolcemente, si staccano dalle ali di un corpo per raggiungere le ali di un altro corpo, tanto da trasformarli in un noi.

E tutto il resto? Tutto il resto resta fuori senza sapere con quale intensità i nostri sguardi abbiano deciso di esserci, o quante parole siano servite per essere in due.

E questa è la migliore magia che si possa sperare di raggiungere nell’esatto istante in cui il mondo diventa un noi.


Stefania Meneghella

Presentazione di “Silenzi Messaggeri” e “I due volti di una vita” – 15 giugno 2017

Presentazione di “Silenzi Messaggeri” e “I due volto di una vita” (dell’autrice Sara Nucera) presso il Caffè Benito di Nettuno (Roma). Ha moderato il giornalista Giancarlo Calderaro.

Ph. Giorgia Giuliano

 

Le persone e le parole non dovrebbero mai avere un legame

Non ci sono parole, a volte, per esprimere ciò che si ha dentro. Non ci sono nemmeno emozioni, nemmeno passioni, niente.

Ho sentito il niente per gran parte della mia vita. Dentro, proprio dentro di me.

Un niente derivato da sensazioni svuotate, sogni perduti, ali spezzate. Derivato da altre parole.

Le parole. Quanto fanno male le parole!

Coltelli che uccidono il sangue che produce il cuore, coltelli che forzatamente entrano nell’inconscio per trasformarsi in veleno.

La musica quasi rompe i timpani, mentre le voci di persone diventano l’unica melodia che ascoltiamo.

Urlano, loro. Urlano per farsi sentire. E noi ci sentiamo talmente piccoli da restare in un angolino e scrivere.

Scrivere di quello che non siamo riusciti a dire, scrivere di quello che vorremmo dire ma non riusciamo a dire.

La vita è nostra, ma è anche un po’ la loro.

Con quegli sguardi trasformati in spade, con quei sorrisi tramutati in uccisioni di anime, di momenti, di attimi.

E noi lì, distesi su un pavimento troppo bollente per il ghiaccio che sentiamo dentro, mentre quelle parole scorrono nella mente come poesie. Ma poesie che non hanno versi né suoni, poesie diverse. Poesie che fanno male, che distruggono i sogni. E queste poesie qui, quelle che non hanno nome e sono recitate a memoria, in queste poesie ci ho sempre creduto.

Sono le peggiori.

Si piantano nella testa e non ti fanno dormire; la Luna cerca di sollevarti al cielo, ma tutto è troppo buio e nemmeno le stelle riescono ad illuminarti il volto.

Le persone e le parole non dovrebbero mai avere un legame; dovrebbero vivere separate le une dalle altre e restare tali. Perché quando le due si incontrano, allora le lacrime scendono come gocce nell’oceano ed è quasi impossibile smettere di scrivere, o smettere di pensare.

 

Sento dentro queste urla, e quasi mi scoppia il cuore.

Si può vivere senza amore?

Fino a qualche tempo fa, credevo di non riuscire a vivere senza le parole. Solo ora mi accorgo che le parole non dovrebbero esistere; sono solo tanti pretesti per uccidere i sogni di chi spera di continuare a sognare, o per uccidere quegli amori, sbocciati all’improvviso e mai tramontati.

La felicità è solo un luogo in cui si rifugiano gli invidiosi, gli amareggiati, coloro che non hanno un nome e anche coloro che ce l’hanno, ma credono di non averlo. Il resto del mondo è fuori, ad attendere che quel luogo si liberi e si possa finalmente entrare.

Ora sono qui, in un angolino che non so come chiamare. Lo guardo dall’esterno, quel luogo che tanto avevo sognato. C’è caos, lì dentro. Le parole sono come cicuta, e come coltelli che uccidono. Ed io mi sento ferita, e nessuno lo capisce.

Ferita dalle parole.

Non lo avrei mai creduto possibile, eppure è successo.

E’ successo proprio quando avevo abbassato un attimo la guardia ed avevo detto a me stessa: “Eccolo qui, quel luogo!”. Ci ero entrata per un momento, spinta da una curiosità inaspettata.

Ed è accaduto in un attimo. In un lampo di secondo, anche io sono stata ferita dalle parole. E dalle persone. E da quello che pensano, e da quello che credono. E, ancora una volta, come sempre, come quando ero bambina, mi sono sentita diversa.

Per un po’ di tempo, l’avevo abbandonata questa sensazione. Avevo creduto possibile il fatto che anche io sarei stata come gli altri. I loro pensieri, le loro manie, i loro stessi sguardi,  e i loro modi di essere.

Come gli altri.

Ma, in quell’attimo, quelle stesse persone hanno iniziato ad urlare per farsi sentire, così forte da farmi uscire da quel luogo che sarebbe diventato la mia casa e farmi rinchiudere in quell’angolino, e scrivere, e sentirmi ancora diversa.

Diversa da tutti, diversa persino da me stessa.

E’ questo che fanno le parole. Ti allontanano da chi sei veramente e ti catapultano in dimensioni che non avresti mai voluto incontrare.

Ci sono parole che privano il cuore, lo rendono impassibile, e lo rendono quasi vuoto. E quasi… lo rendono come gli altri.

Io non ho mai voluto essere come gli altri, ma questo gli altri non lo capiscono. Gli altri non lo sanno.

Gli altri ridono, mentre la mia mano scorre veloce su un foglio bianco, in cerca di comprensione, in cerca di qualcuno che sappia essere esattamente come io mi disegnavo da bambina, quando la vita aveva un sapore in più e quando io sapevo essere diversa.

Ora non lo so più.

Ora non lo so più davvero.

Le parole continuano ad uccidere, ed io continuo a ferirmi e non posso dire nulla.

Eccolo qui, il luogo in cui sono costretta a vivere: sulla pelle i graffi, nel cuore il sangue e, dentro di me, solo tanto dolore.

Eccomi qui, come mi volete.

Con le lacrime che rigano il volto.

Sono come vi aspettavate. Ma non sono me stessa.

Forse ritornerò, da qualche parte nel mondo e in qualche modo.

Ma per ora, eccomi qui, sono come mi volete voi.


Stefania Meneghella

Recensione a cura dello scrittore Tommaso Bucciarelli

La bilancia del 1994 pende a favore della a cenni prosaica Stefania Meneghella, poiché fu quello l’anno in cui nacque.

Iniziò giovanissima a scrivere, da bimba, espletando la sua passione sotto gli occhi che carezzavano le lettere da lei strutturate in maniera da farle splendere, donandogli raggi di Sole che riflessi dal lettore a tutt’oggi divengono Luna.

In un paio di giorni ho letto Silenzi Messaggeri, lo scritto reperibile in tutte le librerie dal marzo 2016 della suddetta barese.
Ma lo scrivo sottovoce, poiché il silenzio è basilare nelle ricerche della storia narrata in maniera estremamente introspettiva dei due protagonisti Schlomo e Jamie, con lei che non la smetteva di camminare a piedi nudi sulla sabbia bollente.
Donna era, e la forza delle donne voleva mostrare.

Lui cercava se stesso, ascoltando il silenzio che creava non oggettivamente con la sua chitarra.
Lei lo partoriva con gli scritti.

Silenzio.
Pace.

Scholomo suonava…
Jamie scriveva…
E la natura faceva il resto.

Disgraziati eventi capitarono ad entrambi i pacifici silenziosi, e loro crescendo rispondevano con il silenzio a quell’uomo alto e con capelli brizzolati, l’uomo che portava degli enormi baffi che coprivano quasi li labbra.

Il male.
Il loro male.
Il bene.
Il loro bene.

Libertà. Volevano libertà.

L’equilibrio, il nostro equilibrio, aiutato dalla loro musica e scrittura silenziosi.
Loro non si incontrano, e forse non si incontreranno mai.
Loro non si incontrano, ma si scrivono, e si vivono senza quel mai.

Mai dire mai, sempre mai sempre.

Stefania Meneghella recensì su Kosmo Magazine anche un mio scritto, Nacqui tre volte, e fu per quello che conobbi il suo nome, la sua ordinatamente disordinata modalità di scrittura in larga parte dissimile dalla mia, ma che sento come parte della mia e vostra crescita; ed ora il suo nome lo voglio urlare sottovoce attraverso il web, in modo che raggiunga chiunque lo voglia, chiunque lo cerchi.

 

Nell’ampio brivido dell’empatia colonizzata in questo mondo, è importante accrescere l’avanzamento di Ashia, in modo che la conduca ad unirsi alla galassia, all’universo, al tutto che ci unisce energicamente.

Quel che vogliamo, solo con l’impegno ed il collegamento con il tutto, noi lo siamo.

E tutto restò cristallizzato nel tempo.

Tommaso Bucciarelli


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“Silenzi Messaggeri” nello stand T01 padiglione 3 della Fiera Internazionale del libro di Torino – 18/22 maggio 2017

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Intervista a cura di Claudia Martinenghi per La voce del Paese/Noicattaro Web

È di Noicattaro la giovanissima scrittrice Stefania Meneghella, autrice del romanzo introspettivo “Silenzi Messaggeri”, edito lo scorso Maggio 2016 dalla casa editrice “Albatros”, ed ultimamente apparsa nel programma in onda su Rai1 condotto da Gigi Marzullo, “Mille e un libro”. Le abbiamo rivolto qualche domanda, per conoscere meglio lei, il suo romanzo ed i suoi obiettivi.

Di cosa tratta il suo libro, “Silenzi Messaggeri”?

La storia che racconto nel libro è tratta da un episodio di violenza familiare, avvenuto realmente e dal quale ho preso spunto, dando poi libero sfogo alla mia fantasia, così da crearne un romanzo. I protagonisti sono Jamie e Shlomo, due ragazzi che vivono in luoghi diversi, fanno parte di due mondi diversi, ma accomunati da un passato difficile: lei vittima di violenze, lui reduce dalla morte del padre. I due ragazzi nel corso del romanzo si incontrano solo una volta e, pur essendo attratti l’uno dall’altra, non si rivedranno mai più. L’unico rapporto che avranno sarà tramite il loro legame epistolare. È un legame fatto di silenzi, non amoroso vero e proprio, attraverso il quale si costruiscono un mondo, completamente diverso dalla realtà, dal caos in cui vivono, e grazie a questo legame riusciranno a superare i loro ostacoli.

Come descriverebbe il suo romanzo?

É un libro introspettivo, che tratta di psicologia, del flusso di coscienza: ho inserito alcune nozioni tratte dal mio corso di studi in Scienze del Servizio Sociale. Dal libro emerge la condizione di depressione di due ragazzi giovani, che vivono la vita incentrata sul passato, non sul presente; l’unico presente che conoscono è quello che li lega.

Sabato 13 Maggio è apparsa nel programma di Gigi Marzullo, “Mille ed un libro”…

È stata davvero una sorpresa. Sono stata contattata tramite Facebook dal casting del programma, tanto che inizialmente credevo si trattasse di uno scherzo. Così non è stato; quindi mi sono recata presso la sede Rai di Bari, dove ho registrato un videoclip di qualche minuto, in cui presento il mio romanzo. Il videoclip è stato poi mandato in onda durante la trasmissione.

Ha dedicato il libro alla sua famiglia. Perchè?

Nel libro tratto molto la dicotomia tra silenzio – caos, tra bene – male, ponendo l’attenzione sulla necessità di riflettere molto su se stessi, dimensione lontana dal caos in cui siamo catapultati: è questo uno dei valori che la mia famiglia mi ha insegnato, e per questo sarò loro sempre grata.

Quali sono gli autori cui si ispira?

Sicuramente il mio mito letterario è Virginia Woolf, ed infatti il mio stile di scrittura di ispira al suo, essendo introspettivo e dando importanza all’analisi psicologia del personaggio. Per quando riguarda la letteratura contemporanea, invece, apprezzo molto Erri De Luca ed Alessandro Baricco.

Quali sono i suoi prossimi obiettivi?

Il prossimo luglio conseguo la laurea triennale in Scienze del Servizio Sociale; sicuramente continuerò con gli studi. Per quanto riguarda il libro, invece, ne continuo la promozione: mercoledì 17 sono stata a Cosenza, presso la libreria Mondadori, per una presentazione, mentre ad Aprile sono stata a Roma, presso le Sale del Bramante. Sono in programma altre due presentazioni a Giugno, nuovamente a Roma. Inoltre, è già in progetto la stesura di un nuovo libro.

Ha mai pensato di mollare, di gettare la spugna?

Sicuramente ciò che faccio è impegnativo, però questo è il modo di dimostrare che noi giovani non siamo oziosi, svogliati, e che se davvero vogliamo, riusciamo ad ottenere i risultati sperati. Certo, spesso sacrifico molte cose, magari evitando anche di uscire: ma non potrei mai fare a meno della scrittura; senza lei non vivrei.

 

Claudia Martinenghi


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